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Un alibi ipocrita

23 Marzo 2019
di Mons. Giuseppe La PLaca
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Un alibi ipocrita

L'editoriale di Mons. Giuseppe La Placa

Quel fiume bianco che anziché fluire dai biberon e riempire le tazze delle nostre colazioni, scorre sull’asfalto e scende a cascata dai viadotti, finendo la sua corsa ai bordi delle strade, “bevuto” dalla terra, è una scena che ancora ci fa male. E se è vero che molti hanno condiviso la forma estrema di protesta dei pastori sardi, a tanti altri, però, quel latte versato per terra è apparso un atto violento commesso contro un bene che non si dovrebbe mai sprecare, perché risponde al principio di una inviolabile sacralità: ossia il cibo.
Le scene dei pastori che versano il latte per strada, sono state un vero e proprio pugno allo stomaco. Anche per il valore simbolico di un alimento da sempre connesso alla figura materna, alla nascita e alla crescita, primo e unico nutrimento della nostra infanzia, e perciò simbolo della vita.

C’è chi dice che nella storia del latte versato per terra c’è la sintesi dei tanti problemi dei nostri tempi. Di un sistema economico che per perseguire i suoi obiettivi – massimo profitto per le imprese e benessere a “buon mercato” per consumatori – mette in secondo piano questioni fondamentali come la dignità del lavoro e la sopravvivenza delle famiglie.

C’è chi dice, invece, che la crisi non è economica, o meglio, non parte solo dall’economia, ma riguarda tantissimi aspetti della nostra vita, sia sul piano personale che su quello sociale. Una crisi, insomma, che nasce da un sovvertimento dei valori in cui si assolutizza ciò che è relativo, e si considerano di poco conto valori che invece sono a fondamento della persona e della società.
C’è, però, chi ha fatto notare come, in un mondo in cui la terra è costretta “bere” il latte, e il mare ad “inghiottire” gli uomini e le donne, e dove le banche “bevono” i risparmi degli onesti lavoratori, ciò che non funziona non è da cercarsi fuori o attorno a noi, ma principalmente in noi stessi, nel nostro modo di agire e di pensare.

Si, perché è proprio nelle teste e nella vita di ognuno di noi che andrebbe operato il grande sovvertimento: quello, cioè, di cominciare a pensare e ad agire in termini di giustizia e solidarietà e non semplicemente di tornaconto personale.
E siccome non è giusto che i pastori siano costretti a buttare il frutto del proprio lavoro, che gli uomini e le donne siano “bevuti” dal mare, e che le banche continuino a “mangiarsi” i risparmi degli onesti lavoratori, allora è giusto cominciarsi a chiedere seriamente: di chi è la colpa di tutto ciò? Solo dell’industria che decide i prezzi, o di Salvini che chiude i porti, o delle banche e dei loro tassi di interesse?

Non sarà, invece, che anche noi ci siamo lasciati imbrigliare nell’ingranaggio infernale in cui il tritacarne dell’economia ci costringe a vivere? Anche noi, infatti, siamo disposti a comprare il latte a sessanta centesimi al litro, pur sapendo che con quel prezzo non si paga nemmeno il lavoro del pastore che lo ha munto. E anche noi, per risparmiare, non esitiamo ad acquistare prodotti che sappiamo provenire da un mercato che non rispetta la dignità del lavoro e dei lavoratori. Certo, non siamo noi a decidere il prezzo di quello che compriamo. Lo decide qualcuno – in alto nella cosiddetta filiera – che in realtà fa il proprio interesse, ma si nasconde dietro l’alibi dell’interesse dei consumatori.

E allora dobbiamo avere il coraggio di cominciare a cambiare le nostre abitudini e le nostre priorità, riducendo il superfluo e puntando sulla qualità delle cose. Se non altro per sconfessare l’alibi ipocrita di chi detta le leggi del mercato.
Mons. Giuseppe La Placa
 

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