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"Ti chiedo scusa"

10 Febbraio 2020
di Redazione
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"Ti chiedo scusa"

Editoriale di Mons. Giuseppe La Placa - L'Aurora gennaio

Le telecamere di piazza San Pietro inquadrano chiaramente la scena: tra le tante persone assiepate dietro le transenne, solo una donna, una piccola donna dai tratti cinesi, alla vista del papa si fa il segno della croce. Solo lei, tra tutti i presenti, compie quel gesto di genuina fede e sincera devozione, prima di protendere le sue mani e trattenere a sè il successore di Pietro.
Eppure quel gesto, di “straordinaria” portata emotiva, pochi lo hanno notato. Hanno, invece, fatto clamore – suscitando una temperie di scomposte reazioni – il gesto di “ordinaria” umanità di un papa che perde la pazienza e la sua decisione di chiedere scusa per la “vigorosa” reazione verso la donna che lo aveva strattonato.
Nessuna meraviglia, verrebbe proprio da dire! In un mondo nel quale ammettere un proprio errore e chiedere scusa sono ormai relegati nello “scantinato ammuffito” dello stile comportamentale di tanta gente, è “normale” che faccia notizia che qualcuno dichiari a viso aperto la propria colpa, ammetta di avere sbagliato e chieda scusa. Tanti, infatti, sono strutturalmente incapaci a farlo. E, proprio per questo, si stupiscono che ci sia ancora qualcuno che lo fa con convinzione e naturalezza.
Eppure chiedere scusa è un gesto tanto semplice quanto importante, poiché ha il potere di “guarire le ferite e sciogliere le accuse”. Per questo, ci ricorda il papa, è importante «non lasciar finire la giornata senza chiedersi scusa, senza fare la pace tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra nuora e suocera. Se impariamo a chiederci subito scusa e a donarci il reciproco perdono, il matrimonio si irrobustisce e la famiglia diventa una casa sempre più solida, che resiste alle scosse delle nostre piccole e grandi cattiverie».
È chiaro, però, che per conquistare questo prezioso spazio di libertà nei confronti di quei meccanismi mentali che ci fanno credere di essere infallibili e di “avere sempre ragione”, è necessario abbassare le barricate a difesa del proprio “io”, ridurre l’attaccamento ai propri punti di vista e, soprattutto, imparare la difficile arte dell’umiltà per ritrovare la verità del proprio essere, nella giusta e reale considerazione di ciò che siamo e non di ciò che vogliamo apparire agli occhi degli altri.
L’esperienza ci dice che le tensioni e le incomprensioni fanno inevitabilmente parte della nostra quotidianità e non di rado ci portano ad avere attriti e contrasti con le persone che ci stanno accanto. Questo, forse, è normale. Ma c’è qualcosa che molto spesso rovina le relazioni anche con le persone più care, impedendoci di avere, o ricominciare ad avere, rapporti sereni e cordiali con loro: e cioè, l’orgoglio.
Capita, infatti, che a causa del nostro orgoglio, non solo non riusciamo a tornare sui nostri passi e chiedere scusa se siamo stati noi a sbagliare, ma ci precludiamo anche la via del perdono nei confronti di un amico, di un parente o di un conoscente che può averci offeso o fatto del male. Ci sono, infatti, dei conflitti che non si sanano proprio perché ciascuno è convinto di essere dalla parte della ragione e così si attende che sia l’altro a fare il primo passo, rischiando di vivere per anni nello stesso condominio, o addirittura nella stessa casa, senza rivolgersi lo sguardo o scambiarsi la parola. Anche con i membri della propria famiglia.
Chiedere scusa non è segno di debolezza. È, invece, sintomo di intelligenza, di sensibilità e di bontà d’animo. Chi è capace di farlo, sta semplicemente dicendo che per lui quella relazione è più importante di ogni altra cosa, anche del proprio orgoglio. 
Giuseppe La Placa 
Vicario Generale
Direttore responsabile de "L'Aurora"

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