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"Santità speranza e solidarietà" la consegna del vescovo Mario

08 Novembre 2020
di Redazione
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"Santità speranza e solidarietà" la consegna del vescovo Mario

Ordinato Mons. Francesco Lomanto Arcivescovo di Siracusa

Sembrava trasmettergli il carisma episcopale parola dopo parola di un’omelia pronunciata senza leggere, cesellandola con il cuore e tutta la passione credente di un Vescovo che vive l’emozione e la grazia di consacrare un figlio della sua Diocesi al grado massimo dell’ordine sacro. 
Così, nello spazio solenne del Santuario della Madonna delle Lacrime di Siracusa, il nostro Vescovo Mario ha ordinato con l’imposizione delle mani e l’unzione crismale Mons. Francesco Lomanto Arcivescovo di Siracusa, nel passaggio di una genealogia episcopale che dalla Diocesi di Caltanissetta a quella, antichissima, di Siracusa, ha proseguito quel disegno divino che già nel secolo scorso, ha “intessuto come un ricamo straordinario, quando nel 1974 un figlio di questa Chiesa, Mons. Alfredo Maria Garsia, veniva chiamato a guidare, servire, accompagnare la Chiesa di Caltanissetta; e oggi noi restituiamo questo dono nella persona di Padre Francesco Lomanto”.
Ha esordito così nella sua omelia, Mons. Mario Russotto, nel compimento più alto del suo episcopato finora vissuto, comunicando la tensione spirituale profonda che univa in quella celebrazione comunità e generazioni diverse della Chiesa siciliana, presenti trenta Vescovi e tutte le massime autorità civili, a consegnare il testimone di un ministero fondamentale nella vita della Chiesa e del popolo di Dio: una donazione d’amore totale, radicale, dal Padre ai fratelli e mai senza questi.
C’è un crocevia dell’amore – ha proseguito il Vescovo Mario - in una dimensione verticale, che dice profondità e altezza e in una dimensione orizzontale che dice fraternità e solidarietà. Perché tutti, senza eccezioni, tutti, stranieri inclusi, sono nostri fratelli, parte di noi, parte della comune nostra umanità. Per cui l’altro non può essere mai hostis, un nemico, ma un hospes, un ospite da accogliere. Gesù dice di amare il prossimo come se stessi, facendosi prossimi dell’altro, chinandosi verso l’altro con tenerezza, anzi, con viscere di maternità, perché solo così si è somiglianti a Dio, di cui siamo già, per natura, immagine”.
Pastore capace di usare meno parole e vivere maggiormente la martyria della fede, deve essere un Vescovo. Così questo buon popolo deve vedere in te non l’assistente sociale, non l’organizzatore di strutture economiche o di solidarietà, ma il pastore con lo sguardo rivolto al cuore di Cristo, divenendo tu, per questo popolo, sguardo di luce, di gioia e di serenità.
Francesco, il Vescovo è un agnello immolato nell’olocausto d’amore per e nella verità!
Non scegliere dunque riconoscimenti e privilegi, ma sia il nudo marmo dell’altare il tuo talamo. Sia Maria Santissima il grembo che raccoglie le tue lacrime, e Lei le trasformerà in perle preziose per questa bella Chiesa che da questa sera tu servirai, con l’amore, la saggezza e la pazienza che ti contraddistinguono.
Questa sera vorrei consegnarti tre S – ha concluso il Vescovo Mario - La Santità: è tempo, ed è ora, di essere santi o niente. E tu sarai santo solo se porterai i tuoi preti, il tuo popolo alla santità. O santi o niente! La seconda S è la speranza. Viviamo in un tempo e in un mondo pieno di paure: porta la speranza, consapevole che la speranza cristiana è una speranza crocifissa, è una speranza che attinge linfa dalla fenditura del costato del Cristo crocifisso.
E poi incarna, vivi, la solidarietà, la solidarietà intesa in senso evangelico, come un colore della carità, di quell’agàpe che tutto dà e nulla attende, di quell’amore che si fa compassione, partecipazione, che si fa prossimità. In te, pastore, il tuo popolo deve vedere un riflesso della nostra mamma celeste”.
Sullo sfondo dell’altare del Santuario è incastonato il piccolo bassorilievo della Madonna da cui sgorgarono, nell’estate del 1953, le lacrime raccolte nel prezioso reliquiario che stava davanti all’altare, e che al termine della celebrazione il Vescovo uscente, Mons. Salvatore Pappalardo, ha posto nelle mani del Vescovo Francesco come il più solenne, significativo e semplice passaggio del testimone che in quella Chiesa di Siracusa era possibile dare.
Ho ambito inaugurare il mio servizio episcopale da questo privilegiatissimo luogo: il Santuario della Madonna delle Lacrime – ha esordito nel suo saluto conclusivo Mons. Lomanto - per legare ancor più la mia vita al servizio del Vangelo, la cui Parola di vita eterna, fatta carne nel seno di Maria, si è concretizzata nel misterioso quanto eloquente segno delle sue lacrime. Segno che, con il suo inesauribile significato, è stato affidato ad una provvidenziale divina volontà alla Chiesa che è in Siracusa, come caparra per una profetica e coraggiosa tempestiva e accorata lettura dei segni dei tempi a beneficio di tutta la Chiesa e dell’umanità che attende la salvezza”.
Tradizione e mistero, storia e ricerca della verità, orizzonte escatologico e cura del tempo presente, sono stati i fili con i quali il Vescovo Francesco ha tessuto il suo saluto conclusivo, che già nella disposizione e nella motivazione dei ringraziamenti, ha rivelato la chiarezza e la profondità della visione di questo pastore forte e umile, equilibrato e lucido, solido e mite, sereno nel comunicare il suo pensiero quanto rigoroso e coerente nell’architettura delle sue argomentazioni, forti di un linguaggio pensato ed elevato, mai retorico, e di un metodo che la sua  approfondita e raffinata ricerca di storico ha costruito nella ricomposizione della complessità alla luce del disegno di Dio che incontra l’umanità nelle sue vicende.
La sua conclusione ha voluto affidarla ad una citazione di S. Agostino, il santo vescovo filosofo, protagonista del passaggio drammatico dall’antichità alla nuova era pienamente cristiana.
La mia carica mi tormenta, da quando questo fardello, la bisaccia, mi è stato imposto sulle spalle, se mi spaventa ciò che sono per voi, mi conforta ciò che sono con voi: per voi sono Vescovo, con voi sono cristiano”.
Agostino sostiene che la fatica di essere pastore è ardua, e la responsabilità del Vangelo lo atterrisceha concluso -  L’episcopato è un incarico ricevuto, l’essere cristiano è invece una grazia: invoca perciò il sostegno dei fedeli e la necessità dell’aiuto di Cristo per sostenere il fardello, la bisaccia dell’episcopato, precisando che il contenuto di questa bisaccia sono gli stessi fedeli. Il Vescovo, gli fa eco nel nostro tempo S. Paolo VI, “non deve avere davanti la prospettiva degli ostacoli e delle prove che sono proprie dell’ufficio episcopale, ma gli uomini da amare, da servire e da salvare”.
Esortiamoci fin da ora, dunque, con la forza del Vangelo, all’impegno di ravvivare il dono della fede, alla responsabilità di comunicare alle nuove generazioni la vitalità del Vangelo, all’urgenza di risvegliare il senso di Dio in coloro che si sono allontanati dalla Chiesa, alla necessità inderogabile di raggiungere gli ultimi che vivono nelle periferie esistenziali, e alla vigilanza propria di coloro che attendono la venuta del Signore, meditando con spirito evangelico e con senso vivo della tradizione cristiana le risposte ai problemi e alle sfide del nostro tempo e della nostra terra.
Invochiamo la Madonna, nostra Madre, la cui infinita tenerezza si è resa tangibile alla nostra Chiesa nella consegna dell’inesausto significato delle sue lacrime; e a Lei affidiamo il nostro ministero.”
 
 
 

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