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Quel desiderio di comunione quotidiana

29 Settembre 2020
di Redazione
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Quel desiderio di comunione quotidiana

Non si ferma nel mondo lo slancio dei mistici

Pubblichiamo stralci da un articolo uscito sull’ultimo numero della rivista culturale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore «Vita e Pensiero». Nella rubrica “Polemiche culturali”, parlando dei mistici la scrittrice piemontese sottolinea come «nel migliore dei casi li releghiamo a un passato lontano. Eppure esistono, per lo più sconosciuti. Uomini e donne che coltivano un sentimento di unione con gli altri, con la natura, con gli animali, e con il principio di tutto questo che chiamiamo divino».Nel migliore dei casi li releghiamo a un passato lontano. Eppure esistono, per lo più sconosciuti. Uomini e donne che coltivano un sentimento di unione con gli altri, con la natura, con gli animali, e con il principio di tutto questo che chiamiamo divino. Dove cercare oggi lo slancio mistico, nella nostra epoca disorientata, affannata, confusa che tende a trascurarlo, a circoscriverlo o a sminuirlo? Il filosofo e psicoanalista junghiano Romano Madera lo individua in un desiderio di «comunione quotidiana», al di là dei limiti confessionali, di affiancamento nell’assemblea caotica e spesso sconcertante o intollerabile che formiamo. Lo rintraccia, ad esempio, in un pensatore e religioso di cultura indiana e catalana come Raimon Panikkar, che dice: «Siamo tutti uniti; cose, animali, uomini e Dei, formano la famiglia della realtà», o in una filosofa laica di cultura socialista come Rosa Luxemburg, che nel carcere di Breslavia, in una lettera a un’amica, parla così di un animale ferito: «Aveva l’espressione di un bambino che viene punito duramente e non sa per quale motivo né perché, che non sa come scappare dalla sofferenza e dalla forza bruta… Ero davanti a lui, l’animale mi guardava, le lacrime colavano dai miei occhi, erano le sue lacrime».
È uno slancio che supera la transitorietà effimera dei bisogni e degli interessi del “piccolo io” e che sente nella connessione con gli altri una necessità improrogabile. Alcune grandi donne, che dagli inizi del Novecento arrivano a noi, sembrano incarnarlo pienamente.
Nasce a Parigi nel 1909 Simone Weil, ebrea per educazione familiare, filosofa per formazione culturale e “greca” per vocazione ideale. Conquistata dal cristianesimo, Simone non entra nella Chiesa e per tutta la vita rimane sulla soglia, nell’attesa. Muovendo dalla memoria degli oppressi e dall’affermazione della miseria umana, il suo pensiero indipendente e antisistematico è un appello estremo. La vocazione morale di essere presente tra gli esclusi la spinge a un attivismo politico e sociale fino al sacrificio di sé. André Gide la definisce «la santa degli esclusi». A Le Puy-en-Velay, dove insegna in un liceo femminile, dà scandalo distribuendo lo stipendio agli operai in sciopero. Del denaro che percepisce con il lavoro spende solo l’equivalente al sussidio dei disoccupati, per sperimentare uguali ristrettezze. Nel 1934 si fa assumere come operaia in officine metallurgiche, dove più volte, per scarsa abilità, si brucia, si taglia, prima di subire il licenziamento. La decisione di farsi operaia e di entrare in fabbrica risponde all’esigenza di rispettare una scelta radicale: solo l’esperienza, non l’immaginazione, può consentire di comprendere veramente «le condizioni reali che determinano la servitù o la libertà operaia» e di riscoprire le possibilità di una politica cosciente e informata, irriducibile alle astrazioni dell’ideologia. In fabbrica, però, ha sempre il timore di apparire un’infiltrata, si sente un’intrusa. Per questo non si concede sconti, si sfianca di lavoro. Ne esce con la convinzione di avere ricevuto per sempre il marchio della schiavitù.
Durante la guerra civile spagnola si arruola con i repubblicani, al fianco dei contadini affamati contro i proprietari terrieri e un clero complice. Ferita, deve tornare in Francia, quando ormai la guerra, come dirà, si è trasformata in un conflitto di potere tra Russia, Germania e Italia. Inevitabile che in Italia, durante un viaggio, si avvicini a Francesco d’Assisi, che come lei non si era rinchiuso in una solitudine ispirata, non aveva abbandonato il mondo, ma aveva lottato con il mondo, accanto ai più deboli. All’invasione nazista, nel 1940, Simone si rifugia a Marsiglia, dove legge, scrive molto e frequenta i quartieri poveri: per subire le cose in prima persona, per mantenere viva «un’ombra di reazione» allo scandalo eterno del potere. Nell’autunno del 1941 lavora di nuovo come operaia nella fattoria del «filosofo contadino» Gustave Thibon, che raccoglierà gli scritti da lei lasciati in L’ombra e la grazia, apparso postumo nel 1947, pensieri e meditazioni illuminati da un profondo «senso universale». Sarà la tubercolosi a toglierle la vita nel 1943, a 34 anni. Un anno prima, nelle Riflessioni sull’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di Dio, aveva rievocato una storia eschimese sull’origine della luce: «Il corvo che nella notte eterna non poteva trovare cibo, desiderò la luce, e la terra si illuminò».
Secondo il teologo Karl Rahner «il secolo XXI o sarà mistico o non sarà». Affermazione variamente attribuita, perentoria quanto enigmatica, e perciò da interrogare. Mistico nell’auspicabile, “impossibile” senso di comunione quotidiana? E in effetti, quali ricercatori, se non i mistici, hanno l’esperienza più lancinante e più luminosa delle possibilità dell’impossibile?
Nasce nel 1914, Etty Hillesum, in Olanda. Ebrea, condivide in modo totale il destino del suo popolo, fino alla morte ad Auschwitz nel 1943, a 29 anni. Attraverso la filosofia greca, i cristiani, Agostino, la sapienza orientale, Leonardo, Michelangelo, Dostoevskij, Rilke, tende a un ecumenismo — inteso come casa comune — che non dimentichi le radici ebraiche. La scrittura di un diario, dopo aver conosciuto lo psico-chirologo Julius Spier, allievo di Jung, di cui diventa amante, per Etty si fa centrale: è lo strumento che le consente di riformulare l’esperienza grazie a un’attenzione non occasionale. La sua ricerca spirituale, irriducibile a un copione “misticheggiante”, è piuttosto vicina alla nostra comune ricerca di senso. E sappiamo che questa ricerca, per essere autentica, deve passare dalla prova dell’inferno. La tempesta della storia, che la travolgerà, si incarica di fornirglielo. Quanto più il cerchio le si stringe intorno, tanto più Etty acquista forza. Non pensa alla propria salvezza, ma al modo per essere d’aiuto agli altri che spartiscono con lei quel destino di sterminio. L’avvilimento fisico e psichico operato dai nazisti su Etty produce l’effetto opposto: il suo cuore si fa sempre più pensante, la sua voce sempre più trasparente. «Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente» scrive nel diario, in prigionia, «quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero (…). L’odio indiscriminato è una malattia dell’anima». Allontana l’odio e tiene Dio dentro di sé, determinata a rigenerarlo per se stessa e per gli altri. A salvare Dio, a dissotterrarlo in noi. Al macello della storia oppone una preghiera: «Usa e impiega bene ogni minuto della giornata, e rendila fruttuosa; fanne un’altra salda pietra su cui possa ancora reggersi il nostro povero e angoscioso futuro». Un’esortazione che apre, dà respiro: ossigeno che entra nei polmoni, nel sangue, dentro ciascuno di noi.
Nasce nel 1904, anche lei in Francia, Madeleine Delbrêl. Di famiglia cattolica, da ragazza professa uno spavaldo ateismo: «Dio è morto... viva la morte». Ma un giorno il ragazzo di cui è innamorata si fa domenicano e lei, sull’esistenza di Dio, comincia a interrogarsi, fino ad averne una percezione così acuta da pensare di entrare nel Carmelo. Decide invece di seguire, da laica, una vita di vangelo integrale, nella periferia operaia di Parigi, a Ivry-sur-Seine, dove abiterà in povertà con alcune compagne, a partire dal 1933, fino all’ultimo. «Quello che noi cercavamo, quello che volevo — scriverà — era la libertà di vivere gomito a gomito con gli uomini e le donne di tutta la terra, con i miei vicini di tempo, gli anni degli stessi calendari e le ore degli stessi orologi». Nell’aspro confronto tra comunisti e cattolici, Madeleine non esiterà a collaborare, senza steccati, con chiunque tenti di sanare ingiustizie, fedele alle ragioni evangeliche delle proprie scelte. Fin dagli inizi del suo lavoro come assistente sociale, proseguito a Ivry per trent’anni, avvertirà la necessità di un intenso impegno sociale e di un’attiva vicinanza a chi è in difficoltà, a ogni altro. Noi della strada, intitolerà uno scritto, con questa consapevolezza: chi conduce una vita umile, oscura, anonima, sente lontani modelli di santità legati al martirio o all’isolamento; crede più ai testimoni che ai maestri, si fida più dell’esperienza che della dottrina. Madeleine non metterà mai in atto nessuna fuga dal mondo, né si adopererà a costruire strutture volte a imporsi nella società come cristiane. Giorno per giorno, con le sue compagne di lotte e speranze, cercherà di far riaffiorare le esigenze fondamentali del vangelo, liberandole da schematismi e pesantezze. «Se dovessi scegliere — scriverà in una delle sue poesie — laverei i piedi del vagabondo, / dell’ateo, del drogato, / del carcerato, dell’omicida, / di chi non mi saluta più, / di quel compagno per cui non prego mai, / in silenzio / finché tutti abbiano capito nel mio / il tuo amore». Morirà sconosciuta ai più, nel 1964. Nel 2018 papa Francesco l’ha dichiarata venerabile.
In Francia nasce un’altra piccola grande donna, nostra contemporanea, Maddalena Lowit, conosciuta come Maddalena di Spello dal nome del paese umbro dove arriva nei primi anni Sessanta. Da allora vive nella “Casa della povera gente”, in “via della Povera vita”, un po’ benvoluta e un po’ tollerata, con il marito, una piccola comunità di persone e i tanti senza dimora che lì trovano un tetto e un’amicizia sincera, che non si sottrae, all’occorrenza, a una ferma severità. Laica, ama Gesù e gli «innamorati di Dio» di ogni parte del mondo. Dopo tanti anni, sembra non aver perso nulla dello slancio che l’ha spinta in quella terra di santi e di cristiani anticonformisti, per adesione all’essenza del vangelo. Lo dimostrano, oltre alla vita quotidiana, i libri che scrive. In un capitolo, intitolato «Mondo», del libro che ha dedicato alla Via della Povera vita, Maddalena esprime così la sua “comunione”: «Ciò che vedo, ciò che sento, ciò che gusto, ciò che tocco non è da respingere né da disprezzare come un’ombra. La bellezza sparsa dappertutto parla al nostro cuore con il linguaggio di una rivelazione».
di Laura Bosio
(Fonte: L'Osservatore Romano 29 settembre 2020)

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