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QUANDO CORTE FA RIMA CON MORTE

09 Novembre 2019
di Redazione
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QUANDO CORTE FA RIMA CON MORTE

L'Editoriale di Mons. La Placa su L'Aurora Ottobre 2019

Qualche anno fa, un noto filosofo italiano, oggi ultranovantenne, si chiedeva: «Che fare quando un malato che non ha la capacità fisica di uccidersi, chiede di essere aiutato?».
Che si tratti di un moribondo o meno, argomentava, è certo una questione molto importante ma, comunque, secondaria: un uomo senza braccia e senza gambe, infatti, può essere ancora molto lontano dalla morte, ma può chiederla più ardentemente di un moribondo.
Ora, la società moderna, non punisce più chi sopravvive al tentato suicidio e ciò significa che, fondamentalmente, lascia l'uomo libero di uccidersi. Ma questa stessa società – continua il filosofo – si comporta poi in modo opposto, contraddittorio, rispetto a chi non ha la capacità fisica di uccidersi: essa infatti punisce chi lo aiuta a togliersi la vita. Una legislazione coerente dovrebbe o punire chi sopravvive al tentato suicidio oppure, se non lo punisce, non dovrebbe punire nemmeno chi aiuta qualcuno a morire.
Per il sistema di leggi che regola il nostro tipo di società, insomma, esisterebbero i privilegiati che hanno la libertà di uccidersi ed esiste, invece, una minoranza di infelici che è priva di questa libertà, perché chi andasse incontro al loro desiderio di morte sarebbe giuridicamente perseguibile.
Dal 25 settembre scorso – per la buona pace di quel filosofo – le cose sono cambiate: aiutare qualcuno ad uccidersi non è più un reato. Non lo è, perlomeno, per la Corte Costituzionale.
Chiamata, infatti, a pronunciarsi sulla vicenda di Marco Cappato, l’esponente Radicale che, nel febbraio 2017, aveva accompagnato dj Fabo in una clinica svizzera per togliersi la vita, la Consulta – seppur con una serie di condizioni – ha stabilito che, chi è «affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli», ha diritto di essere aiutato ad uccidersi.
«Da oggi siamo tutti più liberi» ha “esultato” Cappato, commentando la sentenza. Da oggi, in realtà – diciamo noi –, ad essere “più libero” è soprattutto lui, visto che rischiava fino a 12 anni di carcere se la Consulta non avesse stabilito l’incostituzionalità dell'articolo 580 del codice penale, che punisce allo stesso modo l’aiuto e l’istigazione al suicidio.
Per la Consulta, dunque, la vita e la dignità della persona sono valori meno importanti rispetto al primato assoluto che spetta all’autodeterminazione del soggetto. Questi, accanto al diritto di scegliere liberamente i propri riferimenti valoriali, si vede oggi riconosciuto anche il diritto di togliersi la vita.
Ora, stabilire che farsi aiutare ad uccidersi non costituisca più un reato, dà la stura ad una deriva dalle conseguenze devastanti. Da una parte, infatti, si postula che, in certe condizioni e in determinate circostanze, la vita umana non conserva un intrinseco valore e una irrinunciabile dignità, ma il suo valore è legato alle condizioni fisiche o mentali della singola persona. La vita, insomma, sarebbe un valore moralmente indifferente. Dall’altra, si afferma che la vita della persona è anche socialmente irrilevante, anzi, che la società vivrebbe meglio se quella persona non ci fosse più.
Perché, dunque, impedire il suicidio assistito volontariamente richiesto, o anche quello non volontariamente richiesto o addirittura quello eseguito contro la volontà della persona? La deriva è sotto gli occhi di tutti.
In realtà, la permissione del suicidio assistito, renderà la decisione sempre meno frutto dell’autodeterminazione del soggetto e sempre più effetto della determinazione di chi lo circonda, siano essi familiari, amici o personale medico e sanitario.
È a tutti evidente l’intrinseca ingiustizia insita nel riconoscimento giuridico del suicidio assistito: quella, cioè, di negare la serena certezza del diritto alla vita, sempre e senza alcuna restrizione, soprattutto a quelle persone più povere, fragili e vulnerabili, quelle la cui esistenza dipende integralmente dagli altri, sia per l’assistenza sanitaria che per il sostegno morale o economico.
Ci resta solo da sperare che il legislatore non dia seguito alle richieste della Corte, trasformando il suo pronunciamento in una “sentenza di morte”. È il nostro auspicio e insieme il nostro accorato appello. 

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