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"Non posso respirare"

19 Giugno 2020
di Redazione
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"Non posso respirare"

Editoriale de L'Aurora Giugno 2020 di Mons.Giuseppe La Placa.

«I can’t breathe». È la frase con la quale George Floyd, un afroamericano di 46 anni, il 25 maggio scorso ha implorato il poliziotto americano che gli premeva il ginocchio sul collo per arrestarlo.
Floyd è morto allo stesso modo in cui, nei mesi scorsi, sono morte migliaia di persone nei reparti di terapia intensiva: per mancanza di respiro. Ma, mentre chi è morto di Coronavirus è stato assistito da medici e infermieri “eroi” che hanno fatto di tutto per aiutarlo a respirare, Floyd ha invece incrociato la strada di un assassino, vestito da poliziotto, che il respiro glielo ha fermato.
Da una parte, dunque, la pandemia che ci ha colti tutti di sorpresa, impreparati ad affrontare la terribile emergenza. Dall’altra parte il vile cinismo, che ormai non ci sorprende più; ammazzare gli uomini di colore, infatti, sembra essere diventato lo sport preferito da non pochi poliziotti americani.
Sul fronte sanitario, ci dicono gli esperti, in autunno la curva epidemica potrebbe tornare a salire. Questa volta, però, dovrebbe trovarci più pronti a reagire: ormai un po' tutti abbiamo imparato le regole di comportamento e anche i nostri ospedali saranno più attrezzati ad affrontare l’invisibile nemico. E, soprattutto, qualche ricercatore forse avrà anche trovato il vaccino che scaccerà le nostre ansie e allontanerà le nostre paure.
L’assassinio di George Floyd ci ricorda, però, che la vittoria sulla pandemia non potrà esimerci dal continuare a cercare il vaccino contro un’altra malattia, ancora più subdola e perniciosa del Covid-19: la “sclerocardia”, ossia l’indurimento del cuore.
Una malattia, questa, che non si cura in ospedale, ma a scuola e in famiglia, non si fronteggia con il distanziamento sociale, ma favorendo il più possibile la prossimità e il contatto umano, non si sconfigge sanificando gli ambienti, ma curando il cuore dell’uomo e di una società asfittica in cui il virus del pregiudizio e dell’odio rischia di togliere il respiro al futuro stesso dell’umanità: «Prima di questo virus – ha scritto nei giorni scorsi un filosofo camerunese – l’umanità era già minacciata di soffocamento. Se dobbiamo combattere – aggiunge – dobbiamo farlo non contro un virus in particolare, ma contro tutto ciò che condanna la maggior parte dell’umanità all’arresto prematuro del respiro, contro tutto ciò che avrà confinato ampi segmenti della popolazione e razze intere a una respirazione difficile, affannata, a una vita pesante».
C’è – lo sappiamo bene – una grossa fetta di umanità che “non riesce a respirare” per motivi molto lontani dalla malattia polmonare del Coronavirus. Sono le migliaia di persone, in Italia e nel mondo, che vivono – oggi più che mai – in condizioni di povertà e ristrettezza economica; sono le persone costrette a scappare dalla propria terra per i conflitti politici o i cambiamenti climatici; sono le vittime delle guerre, del terrorismo e degli scontri etnici nelle tante “periferie” del mondo. Sono, insomma, tutti coloro ai quali i poteri forti della politica e dell’economia, esercitati con arroganza e prepotenza, hanno negato e continuano a negare il diritto ad una vita dignitosa e ad un futuro migliore.
Nessun uomo ha il diritto di rubare la speranza ad un altro uomo. Quel ginocchio premuto sulla gola di George Floyd è, senza dubbio, la tragica incarnazione del destino di chi è vittima del pregiudizio e dell’odio razziale, ma anche di chi è reso povero nella dignità a causa della mancanza di lavoro, dell’emarginazione, delle diseguaglianze sociali, dello sfruttamento, della violazione dei diritti umani e della propria libertà.
Restituire loro il “respiro” della speranza è un impegno al quale nessuno di noi può sottrarsi. Ognuno per la sua parte. «In una vita intera – scriveva Luigi Pintor – non c’è cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi».

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