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"Narratori" di speranza

13 Aprile 2019
di Mons. Giuseppe La PLaca
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"Narratori" di speranza

L'editoriale di Mons. Giuseppe La Placa su L'Aurora marzo 2019

«Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?» (Mc 16,3). Era questa la domanda che risuonava nel cuore delle donne che si recavano al sepolcro per ungere il corpo di Gesù. Un ultimo gesto di pietà verso quell’amico che avevano seguito e servito quando era ancora in Galilea e che avevano visto morire appeso ad una croce. Un ultimo gesto prima che scendesse per sempre il sipario sulle loro attese.
Quella pietra davanti al sepolcro segnava per loro la fine di un cammino, di una storia, di una sequela. In quel grembo di roccia non era finito solo il corpo di Gesù; erano finiti anche i loro sogni e le loro speranze.
L’alba che spuntava all’orizzonte di quel terzo giorno, fu davvero un’alba triste per quelle donne. Triste come quel venerdì santo in cui s’era chiusa la vita del loro Maestro. Triste come quel sabato santo, avvolto da un “misterioso” silenzio che sapeva solo di morte.
Non potevano sapere, quelle donne, che proprio nella grande pausa del sabato santo, tutto stava per ricominciare. In quel sabato – per loro di paura e di tristezza – Cristo stava per compiere la cosa più difficile e più importante: scendere agli inferi e risalire.
I grandi teologi ne sono convinti: «La discesa di uno solo nell’abisso, si è trasformata nell’ascesa di tutti dallo stesso abisso». È proprio questo – dicono – il motivo profondo della speranza universale: penetrando negli inferi, lì dove si era posto il peccatore – cioè nel luogo della solitudine, della lontananza da Dio e dell’assenza di relazioni – Cristo ha liberato l’uomo dalla morte. Facendosi peccato, ha sconfitto il peccato nella sua più profonda radice.
Molto bello il dialogo che l’anonimo autore del terzo secolo immagina tra Gesù, entrato nel regno dei morti, e il primo uomo, Adamo: «Svegliati, tu che dormi! Io non ti ho creato perché rimanessi prigioniero dell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te, un’unica e indivisa natura».
Non si può essere cristiani se non si crede che Gesù è risorto dai morti e che la morte, la nostra morte, in Lui è stata vinta per sempre. Questa è la nostra fede. Questa è la fede della Chiesa. Quella che può illuminare le notti oscure della nostra vita.
La pietra è già stata ribaltata dal sepolcro. Le donne, però, questo non possono saperlo. Non possono sapere che la forza della vita si è ormai sprigionata in tutta la sua potenza.
Un’altra pietra, quella della paura e della tristezza, grava ancora sui loro cuori e chiude i loro occhi: «È per questo – le “ammonisce” il Crisologo – che non vedete la gloria che esce dal sepolcro spalancato. Cosa farete, allora? Prendete l’olio che avete acquistato per ungere il corpo del Signore e usatelo per riempire le vostre lucerne. Accendete la luce della vostra fede e tutto vi diventerà chiaro».
È la luce della fede che rimette in moto la vita. Che fa ripartire la speranza, proprio dove essa è messa in discussione, ossia nelle zone buie della nostra vita e del mondo in cui viviamo, troppo spesso attraversati da sofferenza e dolore, sconfitte e ingiustizie, povertà e miseria.
È proprio lì, negli “inferi” di questa storia e di questo mondo, che il cristiano è chiamato a “scendere” e a farsi “narratore di speranza”, a dire che se «Dio muore per tre giorni, poi risorge, in ciò che noi crediamo Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, nel mondo che faremo Dio è risorto». Buona Pasqua.

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