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Mario Tronti: «I poveri sono la voce dell'umanità intera»

21 Marzo 2019
Fonte: Avvenire.it
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Mario Tronti: «I poveri sono la voce dell'umanità intera»

Da Spartaco ai migranti, nella storia gli umili sono portatori della sacralità di una missione

 La prefazione di Mario Tronti al nuovo libro di Paolo Sorbi Poveri e capitale. La povertà nella politica (Scholé), in cui l'autore racconta la grande storia della porvetà e dei poveri.Il titolo, netto, secco ed efficace, di questo libro non dice tutto, ma dice molto dell’intento che l’autore si propone. Non dice tutto, perché la storia dei poveri è di ben più lunga durata della storia moderna del capitale . L’arco temporale va allora dagli schiavi dell’antica Roma, crocefissi sulla via Appia, la prima volta che Paolo mi ha parlato del libro lo chiamavaSpartacus, ai corpi anonimi dei migranti di oggi sepolti nel cimitero del Mar Mediterraneo. È una storia di rivolte e di sconfitte, di eroici tentativi di liberazione violentemente repressi, ma anche di provvisorie vittorie sul campo e di utopici progetti di riscatto. E il tutto ci dice come non ci sia qui fine della storia, in quanto il principio-speranza è proprio tratto specifico della vita degli ultimi, avendo i primi, gli arrivati, i conquistatori, già raggiunto il loro scopo. Il tema sta tornando, è tornato, di grande attualità.
L’economia-mondo e la tecnicamondo, questi due severi e inattaccabili guardiani, che assillano e condizionano praticamente tutti i momenti della nostra vita quotidiana, vanno però riconosciuti come macroprocessi che hanno nella loro ambiguità la propria forza. Da una parte vediamo milioni di esseri umani uscire dalla povertà in alcuni dei paesi che una volta si chiamavano sottosviluppati. Dal-l’altra vediamo altri milioni di esseri umani ricadere nella povertà in quasi tutti i paesi sviluppati.
La crisi recente, che ha bloccato per anni il meccanismo di crescita di questi ultimi, ha riproposto in grande i temi e i problemi delle disuguaglianze sociali, degli squilibri territoriali, e del futuro del lavoro umano. Vistosamente ci sono più ricchi, sempre più ricchi, pochi, e più poveri, sempre più poveri, molti, compreso chi fino a qualche tempo fa non lo era.
Paolo Sorbi mette a frutto, in questo libro, il suo lungo percorso di originale ricercatore militante, che gli fornisce uno sguardo di impegnato lucido realismo sull’intera complessità del fenomeno. Si diceva che i poveri hanno una loro lunga storia. Il problema da affrontare oggi è la nuova povertà. Come va collocata, essa, storicamente e dove la si ritrova socialmente? Il problema che il libro ci propone è questo: la moderna povertà dopo l’antica lotta di classe; i poveri, diffusi e dispersi, dopo il conflitto centrale, in Occidente, tra operai e capitale.
Non a caso, Poveri e capitale, evoca quell’altro titolo, sulla stessa tonalità. Erano i favolosi anni Sessanta del Novecento. Anche qui in Italia, faceva irruzione nella società e nella politica, uscendo dalla fabbrica, la figura dell’operaio-massa, che altri paesi, a cominciare dagli Stati Uniti d’America, avevano conosciuto già da tempo. Si trattava del lavoratore dei grandi complessi industriali, prodotto di fordismo e di taylorismo, legato alla catena di montaggio, in un tipo di lavoro ripetitivo e dequalificato, protagonista, per questo e su questo, di inedite forme di lotta. Ci sembrò allora che quella figura superasse una volta per tutte l’eterna storia dei poveri, degli emarginati, dei dostoevskijani umiliati e offesi, degli evangelici ultimi. Il proletariato saliva a classe operaia. Si chiudeva la storia delle classi subalterne. Emergeva una nuova forza sociale che la modernità spingeva a diventare classe dirigente. E l’evento simbolico della rivoluzione d’ottobre in Russia, l’assalto al Palazzo d’Inverno, la presa del potere, il tentativo di costruzione di un’altra società e di un altro Stato, sembravano confermarlo.
Fu una produttiva illusione. Ne venne fuori la scoperta di un pensiero forte, uno strumento utile per le vicende che ne seguirono e che ancora oggi è in campo come strumento di comprensione e di azione. Ma debole fu la capacità di presa pratica, perché troppo sfavorevole il rapporto di forze e soprattutto perché presto cambiarono i dati strutturali nella fase post-industriale e quindi in conseguenza le condizioni di agibilità delle lotte. Ma c’è da dire, in verità, che sulla lezione dell’esperienza, ci fu una seria correzione di rotta, poco notata e per nulla capita, ma profonda. Si è cominciato a parlare del movimento operaio moderno come erede dell’intera antica storia delle classi subalterne
Non rottura dunque, ma continuità tra i poveri, i proletari, gli operai. La memoria del lavoro va infatti adesso ricostruita sulla lunga durata della storia umana. È la stessa parte di mondo che si auto-organizza, o viene organizzata, non solo per marcare la propria presenza, ma per rivendicare la dignità della persona, di ogni persona e, quando è necessario, il diritto alla rivolta, come indispensabile mezzo di liberazione di tutta l’umanità dalle ingiustizie fin qui subite, fin qui imposte. I poveri hanno, in questo senso, dalla loro parte la sacralità di una missione. Loro possono parlare, con verità, a nome dell’umanità intera. I potenti, quando si protestano umanitari, non riescono a nascondere la finzione delle loro parole.
Si manifesta nella figura del povero un’antichissima immagine comunitaria. Leggo così, anche così, il “mistero d’Israele”, nel modo in cui ne parla Sorbi. So, essere questo, per lui, un punto discriminante. Non tutto mi convince, delle sue ricadute, oggi, nella contingenza storica dello Stato israeliano. Ma una riapertura della Judenfrage, da cui del resto prese avvio il giovane Marx per la sua avventura pratico-intellettuale, mi trova d’accordo. Il tema della povertà è una grande questione teologico-politica. Importante è il capitolo dedicato a questo punto.
È ancora tutto da indagare il come e il perché, dentro la modernità, e dunque nell’era cristiana, la figura del povero assume anche una dimensione religiosa. Le guerre di religione, seguite alla Riforma luterana, sono guerre dei Principi, ma con i nullatenenti come carne da macello. Non a caso sono state evocate come guerre dei contadini. Infatti proprio lì, si sottolinea nel libro, esplodono, violente, le rivolte dei poveri, dove si mescolano teologia e rivoluzione. Fondamentale, anche questo viene sottolineato, il fatto che emerga in Germania, al centro dell’Europa, la figura carismatica del capo rivoluzionario. La vicenda è magistralmente raccontata nel grande libro di Ernst Bloch su Thomas Müntzer “teologo della rivoluzione”.
La povertà in effetti è anche specificamente tema evangelico, ha una decisa presenza scritturale. I profeti si scagliano, con giusta forza, contro l’oppressione dei poveri, e degli umili, da parte dei potenti. E Gesù viene avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, perché per lui “non c’era posto all’albergo” e, dopo, non avrà “dove reclinare il capo”. Ritorna il problema nella Chiesa adulta di papa Francesco, in un mondo dove le stime Onu calcolano una metà della popolazione mondiale che vive con l’equivalente di circa due dollari al giorno.
È vero, si può ricostruire con la ricerca sociologica, per il Medioevo in particolare, una tipologia della margina-lità, semanticamente molto estesa e complessa, come fa il libro. Direi però che di lì in avanti, nel passaggio al Moderno, e nel suo sviluppo, fino a tutto Ottocento, molto la figura del povero si identifica con la condizione del contadino senza terra, paradigma dell’essere umano sfruttato, che tenta poi di emergere nel primo Novecento come potenziale soggetto di massa, a seconda delle condizioni, o reazionario o sovversivo. Lo aveva capito genialmente Lenin, prima, durante e in modo significativo subito dopo la rivoluzione del ’17: gli operai non avevano speranza di conservare il potere appena conquistato se non ottenevano attorno a sé il consenso dei contadini. La povertà è una forza. Per questo ha a che fare con la politica. È il sociale reale che richiama la politica formale ai suoi compiti, anzi ai suoi doveri. Niente pauperismo ideologico, quindi. Non ce n’è bisogno. E non ne sente proprio il bisogno questo libro di Paolo Sorbi, che spinge lo sguardo nei drammi della storia passata e nei problemi della storia presente.
Non si tratta di sopprimere la ricchezza, ma piuttosto di curare la povertà. Curare, sì: perché è una vera e propria malattia della società. La ricchezza va redistribuita equamente. Ma per farlo, deve essere prodotta equamente. Giusto lavoro giusto salario. Non basta una politica per i poveri, che pure a volte è necessaria: e alla fine è sempre questa la condizione indispensabile del buon governo. Ci vuole poi una politica dei poveri. Che si alzino in piedi a lottare, oltre che a migrare: sull’esempio di quei loro antenati asserviti che si sono ribellati. Naturalmente, pacificamente. Far valere la forza con l’organizzazione: rivendicando garanzia di diritti e soddisfacimento di bisogni. C’è una parola che la povertà trasmette all’umanità: è la parola-concetto di dignità. Qui, c’è un confine: perché la povertà non degradi a miseria, che indica la perdita della dignità, occorre che il povero conquisti coscienza di sé. È questo il “che fare” per chi fa politica: dare consapevolezza a chi è povero che non è misero ma è forte. Liberi e forti, diceva qualcuno. Così si conquista dignità umana. Non per concessione dei privilegiati buoni. E così non solo si conquista dignità per sé, si toglie credibilità a quei privilegiati, buoni o cattivi che siano.
(Fonte: Avvenire.it 19 marzo 2019)

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