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L'amore “stretto”

24 Marzo 2020
di Redazione
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L'amore “stretto”

Una chiave per vivere questo tempo di isolamento, separazione e distanza tra noi, nella riflessione di una religiosa

Nella bellissima poesia eucaristica Oveja Perdida («Pecorella Smarrita») di Luis de Góngora, uno dei grandi rappresentanti del “Secolo d’Oro” spagnolo, c’è un passaggio che dice: «Che cosa ci darà maggior stupore? / Che sia io a portarti sulle spalle / o che sia tu a portarmi nel tuo petto? / Sono pegni di amor stretto (amor estrecho) / che anche i ciechi veder sanno». 
Nel mezzo della crisi sanitaria e sociale che ci opprime, il riferimento di Góngora all’amore “stretto” apre una via e offre una chiave per vivere questo tempo di isolamento, separazione e distanza tra noi, andando ancora più a fondo nei nostri rapporti e nel nostro modo di amare e di prenderci cura gli uni degli altri.
Molti scrivono e fanno riferimento in questi giorni alla durezza del silenzio che accompagna questa quarantena sociale e la sofferenza provocata dalle misure di protezione per evitare il contagio. Non possiamo toccare i nostri cari, ancora meno coloro che sono ammalati e più vulnerabili, compresi quelli che lasciano questo mondo… Non possiamo far loro visita, abbracciarli, al massimo parliamo loro da dietro a una mascherina che ci nasconde il volto. Siamo obbligati a passare molto tempo da soli, in silenzio, storditi da notizie che in molti casi rendono più acuto il vuoto, settimane di attesa senza sapere quando tutto questo finirà.
È il tempo dell’amor estrecho di cui parla la poesia, quando ciò che più amiamo può accompagnarci nella forma più profonda in cui l’essere umano può amare: nell’interiorità, nel cuore, attraverso la memoria dell’affetto, nella presenza intima che l’amore crea dentro di noi e fa sì che gli altri, le persone a noi care non solo ci facciano compagnia da fuori, ma addirittura abitino in noi, vivano in noi da dentro. È la grazia della inabitazione. È la gioia della comunione eucaristica.
Dire il nome di coloro che amiamo — e che forse vivono molto vicini, nella nostra stessa città, ma sono già passati diversi giorni senza poter stare con loro; o forse lontani, e questo ci angoscia e ci preoccupa molto, e ne sentiamo la mancanza — ricordare i loro volti, custodire nel cuore la vita con loro, il loro affetto, il profumo, la voce, i gesti, portare dentro di sé la felicità condivisa, lo stupore di averli avuti, di averli tuttora, permetterà che lentamente l’interiorità si riempia della loro presenza viva e così il vuoto, la solitudine, la mancanza, la paura, il silenzio negativo si andranno trasformando, poco a poco, in uno spazio di incontro e di opportunità per l’amore, un amore più autentico e cosciente anche di quello che esprimiamo toccando ed abbracciando.
Ciò che viviamo per fede nella comunione con Dio si estende ai fratelli per mezzo della comunione dei santi. L’uomo è una dimora, una casa in cui molti possono entrare e abitare e porre la loro tenda. Siamo fatti per questa comunione, per essere abitati. È necessario aprire la porta interiore e condurvi dentro, fino al cuore, gli amici e i familiari, le persone che amiamo e che ora non sono raggiungibili dalle nostre mani.
È possibile lasciar entrare anche tutti quelli che sono soli e hanno fame di compagnia e di tenerezza. E forse, mentre sentiamo le notizie o guardiamo la televisione o quando ci affacciamo ogni giorno al balcone, possiamo ricevere la visita di ciascun volto e di ciascuna vita. Convoca tutti, invita tutti a entrare, lascia che la casa si riempia. È il segno della venuta del Regno (cfr. Lc 14, 23).
Vivere la grazia dell’amor estrecho è permettere a coloro che amiamo di essere più intimi a noi di quanto non sia la nostra più intima intimità.
di Carolina Blazquez Casado
Priora del Monasterio de la Conversion, Sotillo de la Adrada, Ávila
 
(Fonte: L'Osservatore Romano 23 marzo 2020)

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