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"La santità è una vita felice!"

20 Ottobre 2019
di Redazione
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"La santità è una vita felice!"

La prolusione di Mons. La Placa apre l’Università Senza Età

Santità: l’altro nome dell’uomoè stato il tema dell’intensa prolusione di Mons. Giuseppe La Placa, Vicario generale della Diocesi, che ha inaugurato le attività dell’Università Senza Età, nell’Auditorium della Parrocchia S. Pietro, giunta alla sua quarta edizione.La santità come connotato essenziale dell’identità umana è il filo conduttore di un approfondimento che negli ultimi anni ha caratterizzato l’azione pastorale e il magistero diocesano, fino all’ultima Lettera Pastorale del nostro Vescovo, Mons. Mario Russotto, che si sofferma sulle “Luci vicine”, i Venerabili espressi dal nostro territorio. Santità della porta accanto, come scrive Papa Francesco nella Gaudete et exultate: Non pensiamo solo ai santi già beatificati o canonizzati. Si tratta, invece, della santità che si può vedere – scrive il papa – «nel popolo di Dio, nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere… Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”».
«La santità – scrive il nostro Vescovo nella sua ultima Lettera pastorale – è amore e compimento della nostra umanità, è felicità di essere figli nel Figlio, è responsabile coerente testimonianza di esserci con gli altri nel mondo e di essere insieme luce e sale di sapienza».
Attraverso un confronto tra il Salmo 8 e il Canto notturno di un pastore errante di Leopardi, Mons. La Placa ha costruito un percorso argomentativo sulla santità come vera identità dell’uomo, ricchissimo di riferimenti e citazioni che spaziavano dalla filosofia contemporanea ai testi della Sacra Scrittura e del magistero, per delineare il profilo di un umanesimo cristiano in armonica corrispondenza con l’umanesimo della cultura laica.
I due testi nascono dalla stessa esperienza: l’uomo che prende coscienza di se stesso dentro l’universo. È una presa di coscienza che, sia nel salmista sia in Leopardi, nasce dal confronto fra la “stanza smisurata” e la fragile misura dell’uomo. L’identica esperienza da cui nasce il confronto giunge, però, a due esiti opposti. Il salmista – pur uscendo sconfitto dal confronto con l’universo – si scopre affidato ad una memoria che non lo dimenticherà mai più e ad una cura che non lo abbandonerà mai («che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?»). L’uomo leopardiano si scopre invece consegnato ad un ignoto che è impossibile decifrare, sperduto in un insensato vagabondare dentro uno spazio senza voce.
Sono due esiti diversi, direi opposti, - ha argomentato mons. La Placa - ai quali spesso conduce la ricerca di quel fondamento ultimo del proprio esserci nel mondo che accompagna l’uomo per tutta la sua vita: se io esisto per caso, il mio "esserci" (nel mondo) non possiede alcun significato suo proprio; se, invece, sono il frutto di un atto di intelligenza e di amore – qual è l’atto creativo –, il mio “esserci” ha una indistruttibile consistenza.
E se identica è l’esperienza di partenza, così come identico è anche il desiderio, nell’uno e nell’altro caso, che mette in moto la ricerca: il desiderio di senso e di felicità.
L’uomo è da sempre e per sempre, un appassionato mendicante di senso e di felicità, e di qualunque cosa parliamo, in fondo, non parliamo d’altro che di lei, della felicità: di come l’abbiamo persa, di come la stiamo cercando, di come la sentiamo vicina o lontana, di dove l’abbiamo intravista, di quando l’abbiamo assaggiata. Anche solo una goccia di felicità rimane indimenticabile nonostante (o forse proprio per questo!) un torrente di amarezza che spesso attraversa la nostra vita.
La felicità ci cattura mentre ci spiazza e ci inquieta. Ma sempre ci attrae, perché il bisogno di felicità è insopprimibile nel cuore dell’uomo
E’Cristo la risposta alla mendicanza di felicità da parte dell’uomo: Cristo, l’uomo perfetto, ha restituito agli uomini la loro vera identità, ossia quella somiglianza con Dio resa deforme a causa del peccato.
Spesso tendiamo a pensare i santi come dei super eroi – ha concluso Mons. La Placa - dei super uomini e la santità come un sovrappiù dell’umano, un al di là dell’umano. Essi sono invece coloro che hanno realizzato in pieno la loro umanità.
Sono uomini e donne con i piedi per terra! E’ importante cogliere l’essenza della santità ponendosi nella giusta prospettiva, non come una perfezione inarrivabile che poi finisce per giudicarti, o una eroicità al limite delle forze umane davanti alla quale ci si impaurisce, ma riconoscendola come il pieno compimento di ciò che tutti noi siamo in quanto appartenenti al genere umano.
La santità è l’umanità così come il Creatore l’ha pensata da sempre; l’umanità che, ferita dal male, in Cristo è stata redenta, liberata da ciò che la offende, la mortifica e la intristisce; da ciò che la rende crudele, volgare e violenta. È l’umanità che vorremmo sempre incontrare, quella che ci attira, ci stupisce e ci commuove. È l’umanità avvolta nella luce del bene.
L'umanità, che disperde e insozza il proprio valore, forse non meriterebbe di essere amata, ma Dio la ama. Dio ama questa umanità, così com'è; la santità, allora, è partecipare a questa passione di Dio per l'umanità, nonostante la sua miseria, per il suo valore. Dio ama i brutti e i cattivi, altrimenti la scintilla di valore che è anche nel peggiore o nel più sfortunato tra gli uomini, andrebbe spenta e perduta per sempre.
Sono molte le sfide dalle quali, oggi, l’uomo deve lasciarsi interpellare. Sono le sfide di un mondo globalizzato, in cui individualismo e consumismo la fanno da padroni, in cui la speculazione di un certo capitalismo selvaggio e del cinismo delle leggi di mercato generano nuove forme di povertà e discriminazione tra gli uomini e rubano, soprattutto ai giovani, la speranza nel futuro; sono le sfide di un mondo in cui si cerca di appiattire sempre più l’umanità al livello della soddisfazione del desiderio, con l’induzione di nuovi bisogni attraverso pubblicità sempre più sensuali e ambigue, mediante la promozione di una subcultura del successo e della confusione dei ruoli e delle identità.
A chi in questo mondo si stente perso come un naufrago in un mare sconfinato dove regnano incertezza e senso di smarrimento, l’umanesimo della santità deve offrire “porti sicuri”, oasi di pace, luoghi di dialogo onesto e non violento, contesti di reciproca accoglienza, di buone relazioni e di sincera condivisione.
Un umanesimo della fede e della santità, che nella sua essenza può legittimamente proporsi a tutti gli uomini di buona volontà.
La santità non è fatta di cose strane. La santità è fatta di cose buone. L’amore, il perdono, il lavoro, la gioia, la sofferenza, la salute, la malattia, la famiglia, l’amicizia, la carità, la speranza… Questi e altri sono gli ingredienti della santità: gli stessi di cui è fatta la vita. La santità è una vita felice, una vita aperta, una vita che vive di possibilità, senza preclusioni e senza esclusioni”.
 
 
 
 

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