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La "rete" che vogliamo

26 Febbraio 2019
di Mons. Giuseppe La PLaca
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La "rete" che vogliamo

Editoriale di Mons. Giuseppe La Placa

 È sotto gli occhi di tutti come le nuove tecnologie siano diventate sempre più pervasive nella vita di tutti noi. I social network, in maniera particolare, ormai sono parte integrante dei nostri rapporti umani ed è difficile immaginare la nostra quotidianità senza facebook, messanger, twitter o istagram. Lo è, perlomeno, per i cosiddetti “nativi digitali”, milioni di ragazzi che hanno imparato a usare il tablet e lo smartphone prima ancora di cominciare a parlare e che, tra acronimi ed emoticon, trascorrono online gran parte della loro giornata.
Si avverte sempre più una sorta di obbligo implicito, quasi una pressione sociale, che “impone” di essere attivamente presenti sui social. E chi sceglie di non avere un profilo Facebook, rischia di essere considerato “antico” o addirittura un tipo “strano” e asociale.
Certo, nessuno è così cieco per non apprezzare gli aspetti positivi dei social network: grazie a Facebook, ad esempio, è diventato possibile recuperare amicizie lontane o perdute da tempo, ricontattare vecchi compagni di scuola, conoscere persone nuove senza dover uscire di casa, organizzare un evento, portare avanti cause umanitarie, diffondere una petizione o promuovere la propria attività lavorativa.
Tuttavia i vantaggi percepiti non sempre vengono regalati gratuitamente. Infatti, le nuove tecnologie, mentre promettono insospettate possibilità di relazioni, al punto da farci sentire parte di una vera e propria comunità, spesso sono causa di quello che il papa – nel messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali – definisce il fenomeno degli “eremiti sociali”. Giovani, cioè, che incurvati per ore ed ore a “specchiarsi” nei loro smartphone, «rischiano di estraniarsi completamente dalla società», imbucandosi nel tunnel buio dell’autoisolamento. L’illusione di essere in comunicazione con il mondo intero, infatti, molto spesso li spinge a trasformarsi in individui che si isolano dalla vita reale, sostituendola con una “socialità” superficiale ed illusoria, intrappolati in una rete che assomiglia, né più né meno, a quella di un ragno, fitta come quella per i pesci, entrambe con maglie che tolgono il respiro, la personalità, l'identità, la volontà, il tempo, le relazioni, gli affetti, la libertà.
Gli esperti dicono che la tendenza dei ragazzi a comunicare “in rete” è spesso associata ad una diminuzione delle attività sociali nella vita reale, del numero di amici frequentati nel tempo libero, come anche della comunicazione all’interno della famiglia.
Che fare allora? Demonizzare o abbandonare questi straordinari mezzi di comunicazione? Certamente no. Non si tratta, infatti, di tornare indietro. Non si può! E forse, non si deve. Ma trasformare questo mondo virtuale in un “mondo virtuoso”, valorizzandone tutte le potenzialità e mettendole a servizio della persona, delle famiglie e dell’umanità, questo è sicuramente possibile. Anzi, necessario. Così com’è necessario imparare a “frequentare” questi mezzi con competenza, equilibrio e saggezza, pronti a staccare la spina quando ci si accorge che stanno rubando troppo tempo alla vita, quella reale, quella della quotidianità, forse meno affascinante in apparenza, ma sicuramente più vera.
E allora bisogna che i “social”, come bene ha scritto qualcuno, tornino ad essere una “rete” che salva, come quella del trapezista, che diverte, come quella su cui si gioca a saltare, che sostiene, come quella sotto i materassi su cui riposiamo, che unisce, come quella che si intreccia nel momento in cui qualcuno ha bisogno del nostro aiuto.
Una “rete”, insomma – per dirla con Francesco – non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire la comunione di persone libere. Questa è la “rete” che vogliamo.
 

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