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La lezione del virus

14 Novembre 2020
di Redazione
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La lezione del virus

Editoriale di Mons. Giuseppe La Placa

LA LEZIONE DEL VIRUSCome ampiamente previsto, la temuta seconda ondata di coronavirus è già una triste realtà in molti paesi del mondo. La progressione epidemica degli ultimi giorni va oltre le più nere aspettative e le previsioni sono, se possibile, ancora peggiori. I numeri ormai consolidati lo dimostrano.
Certo, sappiamo bene che questa situazione non può durare all’infinito. Tuttavia, nell’attesa della disponibilità di un vaccino, imparare a convivere responsabilmente con l’invisibile nemico è quanto mai necessario per evitare danni maggiori di quelli già arrecati alla vita delle persone e della società.
Come spesso si dice in queste circostanze, il problema può diventare una risorsa. Può, cioè, costituire una preziosa occasione, non solo sul piano sociale e della convivenza civile, ma soprattutto sul piano personale. Se, infatti, questo tempo ci aiuterà a maturare una concezione diversa di noi stessi, a ripensare alla nostra vita, ai valori importanti, alle nostre scelte e alle cose per cui vale davvero la pena spendere le nostre migliori energie, allora l’epidemia non sarà stata una sofferenza inutile.
C’è una cosa, tra le tante, che spesso corriamo il rischio di non tenere adeguatamente in considerazione: e cioè, che la vita, il bene più grande che abbiamo nelle mani, il fondamento di tutti gli altri, non è un bene di cui possiamo disporre a nostro piacimento. Senza averlo mai chiesto, ci è data come un dono infinitamente grande, ma ci può essere tolta, in modo imprevedibile, come una rapina, anche da un virus infinitamente piccolo.
Da una parte, dunque, l’inesauribile desiderio di felicità, di autodeterminazione, la ricerca di qualcosa che duri per sempre, dall’altra parte la nostra strutturale fragilità con la quale siamo inevitabilmente costretti a fare i conti. Un piccolo virus, infatti, ci fa sentire improvvisamente spiazzati, improvvisamente deboli, feriti, disorientati e senza più punti di riferimento.
Credo che sia proprio questa una delle tante lezioni che possiamo imparare alla scuola della pandemia: costringendoci a prendere coscienza della nostra povertà creaturale, il virus ci richiama a maggiore umiltà, a quel senso del limite che spesso, per un falso autoconvincimento di immortalità e di potenza, abbiamo voluto nascondere a noi stessi.
Forse mai, come in questa circostanza, la nostra umanità è apparsa in tutta la sua nudità, nelle sue angosce e paure, in tutta la sua solitudine. Soprattutto nell’esperienza più terribile che si possa immaginare: la solitudine di fronte alla morte. Le immagini impietose delle bare allineate nelle chiese o abbandonate in capannoni di fortuna, dei morenti in ospedale privati della presenza e del conforto delle persone care, sono ancora una ferita aperta che difficilmente riusciremo a rimarginare.
E tuttavia, mentre il virus ci costringe a considerare la caducità della nostra vita, al contempo ci fa contemplare anche la sua grandezza e il suo splendore in tutte quelle persone che spendono generosamente la loro vita al servizio dei fratelli, nelle corsie di un ospedale o sulle strade delle nostre città a soccorrere e ad aiutare le persone più deboli e indifese.
Solo dovere professionale? Credo proprio di no. «Dio – per dirla con il filosofo francese F. Hadjadj, – ha creato il mondo per amore; ma “per amore” vuole dire “senza perché”, senza ragione esterna all’amore stesso. Alla radice di ogni cosa creata c’è una gratuità fondamentale. Per chi è fuori dall’amore, tale gratuità appare come un’assurdità. Per chi è dentro, appare come una grazia».
Amare l’altro senza un motivo è l’unico motivo per amarlo. Anche questo può insegnarci il virus.
 

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