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La "conversione" della sofferenza

04 Marzo 2021
di Redazione
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La "conversione" della sofferenza

Editoriale de l'Aurora Febbraio 2021 di Mons. Giuseppe La Placa

La Giornata Mondiale del Malato celebrata l’11 febbraio scorso, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, quest’anno ha assunto un significato particolare per la situazione di emergenza sanitaria che stiamo ancora vivendo.La malattia e la sofferenza – ha scritto papa Francesco nel suo Messaggio – fanno parte della nostra condizione umana, ci fanno sentire la nostra vulnerabilità, la nostra impotenza, ma nello stesso tempo ci fanno sperimentare la nostra dipendenza da Dio e il bisogno dell’altro.
«La croce – diceva San Giovanni Paolo II – è iscritta nella vita dell’uomo, volerla escludere dalla propria esistenza è come volere ignorare la realtà della condizione umana. E così, siamo per la vita, eppure non possiamo eliminare dalla nostra vita personale la sofferenza e la prova».
La malattia, lo sappiamo tutti, è metafora dell’esistenza e la sofferenza è spesso fedele compagna nel viaggio della vita. Gesù stesso l’ha sperimentata in prima persona, soprattutto nella sua ultima settimana di vita culminata sul monte Golgota: li, inchiodato alla croce, il Dio agonizzante prende su di sé tutte le nostre infermità e si addossa le nostre malattie (cfr. Mt 8,17).
Ma, proprio in quell’offerta di sé in riscatto per tutti, il Crocifisso trasforma il senso stesso del soffrire in preziosa occasione di crescita nell’amore.
Lasciata nelle mani dell’uomo, infatti, la sofferenza è solo motivo di frustrazione e disperazione. La tentazione è quella di scappare, di fuggire, di chiuderci nella nostra realtà, proprio come hanno fatto gli apostoli.
Nelle mani di Dio, invece, la sofferenza “si converte”, diviene una risorsa capace di produrre frutti imprevedibili. Diventa, per divino paradosso, addirittura strumento di vita e di gioia: «La donna, quando partorisce – ci ha spiegato Gesù – è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16,21).
Se è vero che i dolori del parto sono tra i più sconvolgenti, è anche vero che, sul piano umano, sono i soli ad avere un senso, una finalità.
Sono aperti ad una grande speranza. Tutta la sofferenza del mondo, tutto il dolore del mondo – scriveva Paul Claudel – dopo Cristo «non è più il dolore dell’agonia, ma quello del parto».
Nelle mani di Dio la sofferenza dell’uomo acquista una dimensione nuova, un’efficacia salvifica. Ce lo ricorda S. Paolo quando ci rivela che la sofferenza del Corpo Mistico è partecipazione e complemento del dolore accettato e sofferto da Cristo: «Sono lieto – scrive – delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).
Come quella di Paolo, anche la sofferenza dell’uomo è, dunque, assunta nel movimento della Redenzione. Nel malato che soffre, Cristo continua a riscattare, liberare e salvare l’uomo, trasformando la sofferenza e la malattia in un principio capace di irradiare amore, speranza e carità: «Dio – scriveva Paul Claudel – non è venuto per spiegare la sofferenza; è venuto per riempirla della sua presenza». Questo spiega perché, sulla scorta della fede, è possibile affrontare la malattia con maggiore forza e coraggio. La fede, infatti, combatte e sconfigge l’insidiosa alleanza del dolore e della disperazione attraverso un amore che non si lascia intimidire e sopraffare dalla sofferenza.
Un amore che riceviamo da Dio e, come i talenti della parabola, siamo chiamati a restituirglielo raddoppiato dalla forza della fede, impreziosito dall’esercizio della carità e aperto ad una speranza che non delude.

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