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Il primato della coscienza e le professioni giuridiche

19 Gennaio 2020
di Redazione
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Il primato della coscienza e le professioni giuridiche

Convegno di studi nell'auditorium del Seminario

Una giustizia autentica che non si limiti al formalismo della legalità ma sia fondata sulle ragioni della coscienza: questo il filo conduttore del Convegno di Studi promosso dall’Unione Giuristi Cattolici (diretta in diocesi da Francesco Panepinto) insieme all’Ordine degli Avvocati sulle 12 Regole di S. Alfonso M. de’ Liguori proposte nella loro scomoda attualità nell’era del processo telematico.Una analisi decisamente controcorrente, quella emersa dagli interventi che hanno arricchito il dibattito, moderato da Giuseppe Pilato, (presidente del Consiglio Notarile di Caltanissetta e Gela) sulla deontologia delle professioni giuridiche e sulle criticità del tempo presente, in cui, come ha affermato Pierluigi Zoda, (presidente dell’Ordine degli Avvocati), “la mercantilizzazione della professione oscura i diritti costituzionali”: la deontologia invece, “alternativa alla normolatria, restituisce credibilità ai professionisti del diritto”.
Maria Grazia Vagliasindi, Presidente della Corte d’Appello nissena, che ha presieduto il Convegno, ha focalizzato il baricentro unico dei diversi percorsi della giurisdizione: “la tutela del diritto, inteso come valore, con la sua logica che risponde alle ragioni della coscienza più che al comando della legge imposta”. “L’avvocato deve essere soprattutto una coscienza – ha sottolineato – riprendendo la difesa del grande giurista Pietro Calamandrei per Danilo Dolci (processato per il suo “sciopero alla rovescia” con i braccianti disoccupati nelle campagne siciliane nel 1956) e il dubbio, motore di ricerca della coscienza, è alla base della sua autenticità”.
Quale spazio per la coscienza e per il dubbio è rimasto nell’epoca del processo telematico?” si è chiesto Antonino Gagliano, del Foro di Gela, sottolineando il primato della coscienza rispetto alla formalità della norma nel sistema ordinamentale e riprendendo il pensiero di Luigi Sturzo nella sua accezione quasi “antistatalista” polemica con il centralismo dello stato liberale.
Le 12 Regole di S. Alfonso sono state al centro della relazione di padre Nino Fasullo, (direttore della storica rivista “Segno”), con la loro carica etica destabilizzante, come ad esempio l’obbligo della restituzione al cliente delle spese non necessarie, o il rifiuto dei mezzi illeciti o ingiusti per la difesa delle cause, o il dovere di rimborsare il cliente dei danni per una causa perduta per negligenza dell’avvocato. In primis, la prima regola aurea di S. Alfonso, il più giovane e importante avvocato del suo tempo (1696-1787): “Non bisogna accettare mai cause ingiuste, perché sono perniciose per la coscienza e pel decoro”.
Sulla degenerazione dell’attività giudiziaria si è soffermato il giudice Calogero Domenico Cammarata, rivalutando le Regole alfonsiane come testo base di una “deontologia trasversale” per gli operatori del diritto, un “codice etico che restituisca loro autorevolezza e credibilità e possa fondare un patto con i cittadini che alla tutela del diritto e dei diritti sono interessati in prima persona”. I magistrati italiani si sono dotati di un codice etico sin dal 1994 (per primi in Europa), modificato nel 2010, ma oggi si pone con maggiore urgenza la necessità che la loro “immagine di indipendenza ed imparzialità debba anche apparire nell’immagine sociale” di cui sono testimoni.
Il Vescovo Mons. Mario Russotto ha concluso i lavori del Convegno con un focus sull’identità etica dei professionisti del diritto, a partire dall’ etimologia del termine che li definisce: “avvocato” include il concetto di vocazione e di ad-vocazione, chiamare presso di sé, come apertura alla prossimità.
La santità è compimento eroico della propria umanità-ha concluso-alla portata di tutti coloro che nell’adempimento del proprio compito professionale si lasciano guidare dal primato della coscienza
 
 
 

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