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Il magistero della fragilità

12 Febbraio 2021
di Redazione
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Il magistero della fragilità

Mons. La Placa celebra la Giornata Mondiale del Malato

La Giornata Mondiale del Malato è stata celebrata quest’anno in Diocesi con attenzione particolare. Un video-messaggio del Vescovo Mario ha raggiunto sui social migliaia di fedeli, portando a tutti i sofferenti e a coloro che li assistono il suo conforto e ringraziamento: “La vostra malattia è una leva di grazia per tutta l’umanità. Voi siete nel letto della sofferenza, portate la croce del vostro dolore, e quindi non solo partecipate a quel viaggio di Gesù al Calvario, ma completate, nella vostra carne, nel vostro corpo, la sua Passione e in un certo senso partecipate con Gesù all’opera della redenzione.La vostra malattia, allora, è balsamo di grazia per tutti noi. Io voglio dirvi grazie, dal profondo del cuore, perché voi avete il coraggio di salire sull’altare di questo vostro dolore e offrire in olocausto l’ostia del vostro corpo ammalato, del vostro corpo ferito. Non sentitevi soli: mai soli! Dio è con voi, il Vescovo prega con voi e per voi”.
Presso la chiesa di S. Croce alla Badia il Vicario generale Mons. Giuseppe La Placa ha presieduto la concelebrazione della S. Messa dedicata agli ammalati, insieme all’assistente spirituale dell’Ufficio Pastorale della Salute, padre Giuseppe Anfuso e al parroco don Pietro Riggi, introdotta da un saluto del Direttore dell’Ufficio dott. Antonino Bosco, che ha sottolineato l’impegno e la dedizione degli operatori sanitari in questi mesi drammatici della pandemia.
Una celebrazione con presenze contingentate, in rispetto alle norme di sicurezza, ma seguita in diretta streaming in tutta la Diocesi, proprio nella chiesa sovrastata dal monumento alla Madonna di Lourdes nella sua apparizione a S. Bernadette, nella giornata di cui se ne fa memoria.
Tutti noi stasera siamo qui con il cuore in mano, per presentarlo a Maria – ha esordito Mons. La Placa nell’omelia - per chiedere a Lei che questo momento difficile per tutta l’umanità possa finire al più presto, che possiamo ritornare a vivere serenamente la nostra quotidianità uscendo più forti, migliorati da una fragilità che ci ha colpito tutti, ma che può darci una grande opportunità di ritrovare quello che è essenziale nella nostra vita, di dare una priorità alle cose davvero importanti, di saper ripianificare la gerarchia dei nostri valori, senza trascurare anche i nostri fratelli, le nostre sorelle, soprattutto quelli che hanno più bisogno della nostra attenzione, della nostra compassione, della partecipazione alla loro sofferenza, alla loro solitudine, alla loro povertà. Perché incentrati troppo sui nostri obiettivi, un po’ egoisticamente protesi a raggiungere i nostri traguardi, ci dimentichiamo di quelli che ci stanno accanto e che invocano la nostra presenza.
Questa Giornata – ha proseguito Mons. La Placa - ci ricorda che ci sono delle membra fragili, nel corpo sociale e nel corpo di Cristo che è la Chiesa, dei quali non ci dobbiamo mai dimenticare. La Chiesa non si dimentica, il popolo di Dio non deve dimenticare la condizione di fragilità che determina una ferita nel cuore dell’uomo, nella vita dell’uomo, e che può addirittura diventare una risorsa. Ciò che può sollevare l’umanità, può restituirla a se stessa, può fare riscoprire quali sono i veri valori che devono renderla degna del nome che porta, è paradossalmente identificato in ciò che la rende più fragile, ossia la malattia.
Ecco perché a me piace dire che c’è anche un magistero della fragilità, un magistero della malattia: la malattia è un insegnamento che viene offerto agli altri, perché chi soffre spinge l’altro a ritrovare in sé quei sentimenti di compassione, di solidarietà, di vicinanza che spesso noi non abbiamo la capacità di far venir fuori davanti a una persona ammalata. Davanti a una persona che soffre noi siamo interpellati, abbiamo una vocazione che ci viene comunicata, alla quale siamo chiamati a rispondere con il sì crocifisso di Maria davanti al nostro fratello ammalato che ci chiama a compassione, a solidarietà, a vicinanza, che vuole che noi andiamo a lui con lo stesso atteggiamento di Cristo nei confronti delle persone che incontrava.
Gesù si accostava. Cioè non si girava da un’altra parte, non faceva finta di non avere sentito, come tante volte noi possiamo fare per mantenere la nostra tranquillità, la nostra comodità. Si accosta, prende per mano la suocera di Pietro ammalata e la risolleva: usando l’evangelista quello stesso verbo che poi sarà usato per la risurrezione.
La compassione, la vicinanza, l’andare incontro all’altro, il riempire con la nostra presenza, con la nostra parola, con il nostro affetto la solitudine dell’altro devono essere la nostra vocazione.
E laddove ci sono forti risorse spirituali nella vita dell’uomo – ha concluso don Pino - anche la malattia più dura, più forte, può trasformarsi in un mezzo di santificazione, perché quella malattia, accettata e vissuta con serenità, diventa il più grande, il più bel presidio terapeutico nei confronti di se stessi ma soprattutto nei confronti degli altri.
Come ci diceva il Vescovo nel suo messaggio, la malattia può diventare partecipazione e completamento delle sofferenze di Cristo. Non perché alla sofferenza e alla croce di Cristo manchi qualcosa, ma perché Cristo continua a risorgere in tutti coloro che, attraverso la presenza, la compassione, l’aiuto, di coloro che si accostano agli ammalati, continuano a ritrovare la speranza e la gioia di vivere.
Pensiamo a tutti i cappellani negli ospedali, che vanno a portare il farmaco della speranza nei confronti dei nostri fratelli ammalati, a tutti i ministri straordinari, a tutti i volontari dell’UNITALSI, della Croce Rossa, a tutte le persone che sono quotidianamente a contatto con la sofferenza e danno una mano a Cristo per risollevare i malati dalla loro solitudine, dalla loro angoscia.
È la fede che spezza l’alleanza tra il dolore e la disperazione che la malattia tante volte provoca: il dolore può portare alla disperazione, ma questa alleanza può essere spezzata solo dalla fede in Cristo, una fede che poi si realizza nella vicinanza, nella prossimità dei cristiani nei confronti di coloro che soffrono. E allora la fragilità e la malattia non saranno più una ferita ma saranno una risorsa, una leva che solleva l’umanità, un balsamo di grazia”.
 

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