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Il linguaggio della verità sulle migrazioni

28 Febbraio 2019
di Redazione
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Il linguaggio della verità sulle migrazioni

Presentato il Rapporto Caritas-Migrantes 2017/2018

L’ignoranza genera la paura, e la paura del diverso e più forte perché vediamo solo noi stessi”: ha concluso con questo incipit il Vescovo Mons. Mario Russotto il convegno di presentazione del XXVII Rapporto Caritas-Migrantes 2017/2018 “Un nuovo linguaggio per le migrazioni” nella sala del Museo Diocesano.Una lettura scientifica dei dati sul fenomeno migratorio che smonta il castello di mistificazioni e di fake news che sul tema dei migranti sta determinando una preoccupante conversione razzista di tanta parte dell’opinione pubblica, anche in Sicilia, terra di emigrazione, e anche tra i cristiani “figli delle migrazioni, di Abramo, di Giacobbe, di Mosè, migranti con tutto il loro popolo” come ha sottolineato il Vescovo.
“Stiamo assistendo allo sdoganamento del razzismo – ha evidenziato Giuseppe Paruzzo (Direttore diocesano e regionale della Caritas) nella sua introduzione ai lavori. La violenza verbale è dilagante e l’unico antidoto efficace è la corretta informazione, con i numeri e le storie della realtà delle persone, con le opere-segno che bisogna essere capaci di realizzare, segno dell’attenzione di Dio verso i fratelli”.
La prof. Giuseppina Palumbo, Co-direttore dell’Ufficio diocesano Migrantes, ha presentato le coordinate dell’analisi sulla mobilità umana, grande questione mondiale dei nostri tempi, che in Sicilia oggi si coniuga come emigrazione e come immigrazione.
L’emigrazione dei giovani laureati in cerca di un lavoro che nella nostra terra non c’è (107.529 via dalla Sicilia nel 2016, dai 18 ai 34 anni, +6,2%); 730.189 siciliani iscritti all’AIRE (anagrafe dei residenti all’estero), uno ogni sette siciliani, in molti comuni della nostra Diocesi più numerosi dei residenti in loco.
L’immigrazione che ha portato nel nostro Centro di Pian del Lago dal 1989 migliaia di nigeriani (in maggioranza cattolici), pakistani, ivoriani, bengalesi, e che oggi, dopo il decreto-sicurezza del governo giallo-verde, vengono ricacciati verso la clandestinità e consegnati pericolosamente alla criminalità; a maggior ragione con lo smantellamento degli SPRAR che, a cura dei Comuni, hanno accolto e integrato i richiedenti asilo in questi anni e i minori non accompagnati.
Santino Tornesi, direttore della Migrantes di Messina, ha illustrato i dati del rapporto, facendo emergere, con un ricchissimo corredo di dati, grafici e quadri di comparazione, una realtà totalmente diversa rispetto alla “realtà percepita” o alla propaganda xenofoba che da anni alimenta il rancore sociale soffiando sul fuoco della paura per raccogliere facili consensi elettorali.
L’Italia tra l’altro è uno dei paesi del mondo al più alto tasso di emigrazione: attualmente gli italiani e gli oriundi che risiedono fuori dall’Italia sono circa 61 milioni (su 56 milioni abitanti nella penisola).
Gli immigrati residenti in Italia, che qui lavorano, pagano le tasse e mandano i loro figli nelle nostre scuole, sono 5.144.440 (nel 2018): di questi il 30% proviene da paesi dell’Unione Europea (e sono di religione cristiana) e soltanto il 25% dall’Africa. In Sicilia e Sardegna sono presenti appena il 4,8% di essi, mentre al nord il 57,4%, al centro il 25% e il 12% nel sud Italia.
In Sicilia il 67% dei migranti risiede nelle province metropolitane di Palermo, Catania e Messina, poi il 9% nel ragusano e solo il 3,2% in provincia di Caltanissetta.
Nessuna “invasione” quindi, anzi, la loro presenza è una ricchezza demografica, che sostiene la natalità nel nostro Paese, garantisce lavori che gli italiani non fanno più, soprattutto nel campo dei servizi e dell’agricoltura.
Casomai andrebbe dedicata più attenzione da parte delle istituzioni alle dinamiche di sfruttamento economico e negazione dei diritti umani che i dati del Rapporto Caritas Migrantes mettono in evidenza inequivocabilmente. Un antidoto forte a quella “globalizzazione dell’indifferenza” che minaccia di cancellare dalla storia tutti quelli che vengono considerati “scarti” dal modello di sviluppo consumistico che ha gonfiato l’Occidente depredando i popoli extraeuropei delle loro risorse naturali ed economiche.
Il mondo contemporaneo è attraversato in profondità da una nuova dimensione della mobilità umana, che richiede una capacità di “governo globale” e che chiama in causa i 378 conflitti che sono in atto e i 260 milioni di esseri umani costretti alla migrazione forzata dalla guerra o dalle catastrofi ambientali e dalla desertificazione (spesso determinata dagli interventi delle multinazionali sull’ambiente).
La stragrande maggioranza di questi migranti che arrivano in Europa sono accolti negli altri paesi; in Italia ne rimangono appena 167.000 (lo 0,3% del totale), e 138.000 sono i migranti in accoglienza temporanea. Ma dall’Europa e dall’Italia partono le armi per alimentare le guerre del pianeta: il 42% di tutte le armi prodotte dai paesi occidentali finisce nell’Africa sub-sahariana a divorare le risorse economiche potenziando distruzioni e genocidi, mentre ogni 15 secondi in quella stessa Africa muore un bambino per malattie connesse con la mancanza di acqua potabile.
Questa fase della nostra storia richiede una lettura diversa rispetto agli stereotipi della propaganda ed una coerenza più radicale con l’identità cristiana, con quella pastorale della strada che vedeva Gesù evangelizzare sulle strade della Palestina incontrando per primi gli stranieri, gli emarginati, le donne, come ha ricordato il Vescovo nel suo intervento, non rifugiandosi in “una religione borghese chiusa nel tempio, ma costruendo una nuova cultura del riconoscimento delle persone, della relazione, dell’integrazione e dell’accoglienza, fondative della civiltà dell’amore”.
 

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