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Gli altri siamo noi

11 Dicembre 2020
di Redazione
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Gli altri siamo noi

Editoriale su l'Aurora novembre 2020 di mons. Giuseppe La Placa

Se è vero che “la madre degli idioti è sempre incinta”, è pur vero che quella delle persone sagge, serie e responsabili, è molto più feconda e più prolifica dell’altra. L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ce ne sta dando puntuale conferma.Al netto di un piccolo numero di “irriducibili” imbecilli, che si comportano da veri e propri “complici” del virus, la stragrande maggioranza delle persone ha capito, infatti, che il rispetto responsabile delle regole è assolutamente necessario per combattere e sconfiggere l’invisibile nemico: indossare la mascherina, evitare gli assembramenti, lavarsi spesso le mani e, soprattutto, mantenere la distanza tra le persone è, infatti – in attesa del vaccino – l’unica possibile strategia, comunque la migliore, per fermare il contagio e il diffondersi della pandemia.
E tuttavia c’è una trappola nella quale dobbiamo assolutamente evitare il rischio di cadere: quella di trasformare la paura del contagio in irrazionale contagio della paura. Della paura dell’altro, soprattutto. Mantenere il metro di distanza, infatti, non vuol dire rifuggire gli altri come se fossero appestati, dar luogo ad atteggiamenti e comportamenti sgradevoli e talvolta offensivi, vivere la relazione con sospetto e diffidenza, convinti di essere noi quelli sani e tutti gli altri quelli malati.
Colui che ha avuto la sfortuna di “ospitare” il virus nel suo corpo, o semplicemente ha trascorso qualche giorno di quarantena perché a contatto con una persona infetta, non dovrebbe subire anche l’umiliazione di sentirsi addosso gli sguardi diffidenti e sospettosi dei vicini di casa o assistere alle “inversioni di marcia” di quanti, incontrandolo per strada, fanno di tutto per scansarlo, come se aver contratto il virus fosse una colpa e non piuttosto una sfortuna.
Ancora più umiliante, poi, è la vergognosa caccia all’untore scatenata sui social e nei gruppi watsapp, dove la persona positiva viene spesso segnalata con nome e cognome, con l’indirizzo di casa, e con la raccomandazione di stare lontano da lui e dai suoi familiari. Qualcuno confida che, avendo avvertito i sintomi della malattia, pur di non subire la gogna mediatica e l’emarginazione di tutta la sua famiglia, ha preferito chiudersi in casa senza denunciare le proprie condizioni di salute alle autorità, sperando di guarire presto e tornare alle consuete occupazioni.
Forse mai come in questa drammatica emergenza, abbiamo tutti bisogno di mantenere la necessaria lucidità mentale e far appello al comune buon senso per evitare che la paura del contagio, pur legittima, sconfini in ingiustificata fobia sociale e mancanza di attenzione e di rispetto verso l’altro. Questo è il momento, invece, nel quale, costretti a “mutilare” il linguaggio del corpo – evitando abbracci, baci, strette di mano e pacche sulle spalle –, siamo chiamati ad intensificare quello dell’anima, stabilendo relazioni più calde, più umane, più intime e affettuose, soprattutto con coloro che hanno vissuto sulla propria pelle la disavventura del contagio.
Per il cristiano, poi, questo tempo è una preziosa occasione per dare testimonianza di una speranza che è più forte di ogni male e di ogni paura. Una speranza che non è alternativa alla paura, non si sottrae ad essa, ma – come Gesù nell’orto degli ulivi – la riconosce, la assume e la trasforma in coraggio adulto e responsabile di fidarsi e affidarsi.
Amare gli altri come se stessi, potrebbe anche voler dire accostarsi all’altro – che sia il povero, lo straniero o l’ammalato – con la stessa benevolenza e delicatezza con cui vorremmo che l’altro si accostasse a noi. Ricordandoci sempre – come direbbe il buon Camilleri – che anche noi, rispetto all’altro, siamo l’altro.
 
 

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