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"E' tempo di svegliarci!"

21 Novembre 2020
di Redazione
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"E' tempo di svegliarci!"

La Veglia di Preghiera guidata dal Vescovo Mario in Cattedrale

Un silenzio partecipe, intenso, assoluto, ha parlato con il cuore del popolo di Dio scandendo le preghiere della Veglia in Cattedrale, presieduta dal Vescovo Mario insieme a tutti i parroci della città, per allontanare l’incubo di questa pandemia, che continua ad uccidere, dividere, lacerare le nostre comunità, senza sosta. 
Era il silenzio della consapevolezza della responsabilità, di quel dovere/diritto di proteggere noi stessi e i fratelli nella reciprocità della cura, per contrastare il contagio e riscoprire le ragioni della speranza su cui tanto ha insistito il Vescovo nella prima parte della sua omelia: “Questa terribile, mortale, pandemia ci sta aprendo gli occhi sul valore, preziosissimo, della vita e sulla interdipendenza della vita dell’uno con la vita dell’altro. Stiamo imparando, in questa drammatica stagione, a nascere a nuova responsabilità nei confronti della nostra vita e a una vigilante custodia nei confronti della vita altrui: perché la mia salute dipende dalla responsabilità dell’altro e la sua salute dipende dalla mia responsabilità”.
Dal testo di S. Paolo (Efesini 5, 8-14) l’invito perentorio: Svegliatevi! È tempo di svegliarci, dal sonno della superficialità, dall’anestetico del pessimismo e dalla droga dell’individualismo. Questa terribile, mortale, pandemia ci sta aprendo gli occhi sul valore, preziosissimo, della vita e sulla interdipendenza della vita dell’uno con la vita dell’altro.
È dunque tempo di svegliarci da questo letargo nel quale, ubriacati dalla frenesia del possesso, siamo precipitati. E ci troviamo, oggi, come Israele nel deserto, assetati, inariditi, impauriti. Continuano a salire i numeri dei morti: e non c’è classe sociale, età, ricchezza, potere, capaci di resistere a questo pungiglione del corona-virus.”
La Cattedrale parlava con le sue pitture lo stesso linguaggio della preghiera: una tessitura di rimandi dalle Scritture meditate all’iconografia degli affreschi squadernati davanti al nostro sguardo, in una esegesi visiva di grande suggestione che ne faceva emergere tanti riferimenti alla nostra contemporaneità: l’acqua scaturita dalla roccia a Massa e Meriba (Esodo 17) e lì, prostrata fra la polvere del deserto, felice di potersi dissetare a quest’acqua, c’è una donna, simbolo dell’umanità prostrata da questa pandemia. Quell’acqua è Cristo, scriverà S. Paolo, quella roccia è Cristo, dal cui costato trafitto scaturisce continuamente l’acqua che disseta la nostra sete di felicità e di universale fraternità.
E sotto quell’affresco c’è Maria Santissima, l’icona dell’umanità nuova, che ha fatto della sua vita un dono d’amore, espropriata da Dio di tutti i suoi progetti, a Dio si affida, di Dio si fida”.
In un altro affrescol’episodio dal libro dei Numeri: i serpenti velenosi, che non risparmiano uomini, donne e bambini. È il morso della pandemia, è il morso della violenza, è il morso dell’accaparramento del potere e delle ricchezze del nostro pianeta. E sotto questo affresco c’è S. Michele, come a dirci: non siete soli. Mai soli! Il cielo combatte per voi, se voi avete il coraggio di alzare lo sguardo al maledetto, appeso alla croce, il nostro Dio, Cristo Gesù, l’umiliato e il crocifisso!”.
È stato un richiamo profondo a fare della pandemia la sfida per una rinascita che coinvolga autenticamente ciascuno di noi:
“Questa sera, carissimi figlioli, dobbiamo invocare con fede da Dio che ponga fine al dilagare di questa pandemia. Ma possiamo chiedere questo se siamo disposti a nascere, davvero, a nuova responsabilità: la responsabilità di essere uomini e donne del terzo millennio, che abbattono ogni barriera, che infrangono ogni chiusura intimistica, e che con il cuore, se non con le braccia e le mani, con il cuore cercano l’essenziale della relazione: questo esserci insieme con altri nel mondo per cambiare il destino del mondo.
Dio ci aiuta, se noi, con responsabilità, collaboriamo alla sua opera di redenzione: questa sera siamo chiamati a essere corredentori di questa umanità malata, siamo chiamati a rimarginare le ferite di questa pandemia, a ritessere i nostri sguardi, a ritessere i nostri cuori, perché, illuminati dalla fede, si aprano a nuova speranza e generino nuova speranza.
Molti – ha concluso il Vescovo - impauriti da questa pandemia, hanno chiuso le chiese, hanno sospeso ogni attività pastorale. Noi, con responsabile incoscienza, mossi dalla fede, animati dalla speranza e sospinti dalla carità, abbiamo sempre tenuto le nostre chiese aperte, abbiamo mostrato il nostro Dio crocifisso, e abbiamo continuato, con le modalità che ci sono possibili, a parlare di Dio, a formare le coscienze, a seminare Vangelo nel cuore di tutti.
E sono certo il Signore sta benedicendo e benedirà questa sua porzione di Chiesa. ma noi, amatissimi figlioli, dobbiamo, come Maria, come S. Michele, volgere il nostro sguardo al Redentore, perché, anche a distanza, la nostra vita profumi d’amore e di speranza.
Perché mentre tutto crolla Dio solo resta, Dio solo basta.”
Invocare il Signore, con fede, con speranza, come ribadito nel Messaggio del Vescovo Mario letto all'inizio della Veglia, come in tutte le chiese madri della Diocesi in cui alla stessa ora il popolo di Dio si è riunito in preghiera: "Vogliamo chiederti con confidente amore di darci la forza di non soccombere in questa dura prova della pandemia. Effondi su di noi il tuo Santo Spirito perchè possiamo vivere con responsabile solidarietà e profonda carità, costruendo futuro con armoniosa fiducia e vigilante speranza, tessendo la vita con coraggio credente e pace rasserenante".
Una Chiesa che cammina accanto al suo popolo, che sostiene, conforta, provvede a tante necessità, ma sopratutto non si stanca di essere la guida morale di una comunità che soffre l'abbandono di tante istituzioni e il disorientamento per un futuro che non si riesce a vedere. L'invito a saper guardare in alto, a svegliarci dal pessimismo individualista, a combattere sulla terra come S. Michele ha combattuto in cielo, è un seme di speranza che, forse, proprio nel dramma della pandemia, potrà germogliare come il granellino di senape e diventare un albero rigoglioso. Se sapremo coltivare, tutti insieme, il terreno.
 
Foto di Michele Pecoraro

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