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E continuarono a segare

20 Dicembre 2019
di Redazione
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E continuarono a segare

Editoriale di Mons. Giuseppe La Placa su L'Aurora Novembre 2019

Secondo il filosofo catalano Raimon Panikkar, la distrazione è «il vizio supremo della nostra epoca». Un vizio, potremmo aggiungere, che l’umanità attinge dalla notte dei tempi. La liturgia della prima domenica di Avvento, infatti, ci ha ricordato come già ai giorni di Noè, quelli che precedettero il diluvio, «mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti».
È possibile, dunque, vivere così, “senza accorgersi di nulla”. È possibile vivere distratti, da semplici utenti della vita, senza vedere, ad esempio, questo nostro pianeta avvelenato e umiliato e questa terra depredata dai nostri stessi insensati e insostenibili stili di vita. È possibile vivere senza essere sfiorati dal dubbio che la “verità” che ci ha raccontato una certa corrente di pensiero – che la natura, cioè, non è altro che un ente inerte e passivo, utile solo nella misura in cui fa fronte ai bisogni dell’uomo – non era altro che una terribile menzogna per alimentare i subdoli interessi di chi, in nome dello sviluppo e del progresso, si è arricchito a scapito della salute della terra e della stessa umanità.
La scienza ormai parla chiaro, e la natura ce lo ricorda continuamente: il conto alla rovescia è iniziato. La crisi finale è davanti a noi. È negli stravolgimenti e nelle catastrofi naturali che sempre più frequentemente colpiscono il nostro pianeta. È nel cibo che mangiamo, nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo. La terra, “casa comune” che ci è stata donata come un giardino da coltivare e custodire, non sembra più essere un luogo sicuro. Venezia che “affoga” nell’acqua, è un’immagine che difficilmente riusciremo a dimenticare.
Insomma, la crisi ambientale è, a detta di tutti, la sfida più urgente e difficile che l’umanità oggi è chiamata ad affrontare. La natura, ormai “stanca”, ci presenta il suo conto. E mentre invoca la sua salvezza, svela all’uomo la sua miseria e la sua insipienza.
Ancor prima che ecologico o ambientale, infatti, il degrado è innanzitutto umano. È dal cuore e dalla testa dell’uomo, prima che dalla differenziazione dei rifiuti, dall’uso dei sacchetti biodegradabili o dall’introduzione di energie alternative, che deve partire quella «conversione ecologica» tanto invocata da papa Francesco, come atto di riconciliazione dell’umanità con il creato e il suo Creatore.
Il tempo ormai si è fatto breve. E di fronte a questa improvvisa contrazione del tempo ogni piccolo gesto di rispetto e attenzione all’ambiente può assumere un enorme significato per salvare la nostra terra.
Forse il nostro gesto cadrà nel vuoto, o forse no. L’unica certezza è che, rimanendo indifferenti, ci faremo complici della grande mattanza contro la natura... e contro la stessa umanità.
Se è vero, infatti, che – come scriveva il papa emerito – «le modalità con cui l'uomo tratta l'ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso», il rischio è quello che questa nostra umanità possa fare la stessa insipiente fine degli uomini descritti da Bertolt Brecht, che «Segavano i rami sui quali erano seduti/ e si scambiavano a gran voce le loro esperienze/ di come segare più in fretta, e precipitarono/ con uno schianto, e quelli che li videro/ scossero la testa segando e/ continuarono a segare». 

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