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40 anni dopo. Omicidio Mattarella, «la mafia non ha vinto». Quel che manca alla verità

07 Gennaio 2020
di Redazione
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40 anni dopo. Omicidio Mattarella, «la mafia non ha vinto». Quel che manca alla verità

Non si conosce il nome del sicario che, il 6 gennaio 1980, uccise l’allora presidente della Regione Siciliana.

Piersanti Mattarella nacque a Castellammare del Golfo (Trapani) il 24 maggio 1935. Esponente della Democrazia Cristiana, fu eletto dall’Assemblea regionale siciliana presidente della Regione il 9 febbraio 1978 con 77 voti su 100, alla guida di una coalizione di centrosinistra con l’appoggio esterno del Pci. Il 6 gennaio 1980, in Via della Libertà a Palermo, un sicario lo uccise a colpi di pistola.Non c’è giustizia senza verità. E anche per il delitto Mattarella, come per troppe stragi italiane, non si conosce il nome di chi fermò la voglia di rinnovamento politico di un uomo che aveva il sogno di una Regione «con le carte in regola». Il 6 gennaio saranno trascorsi quarantanni dall'omicidio a Palermo del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella, uomo della Dc, considerato artefice di una stagione di riforme e di trasparenza all'interno dell’amministrazione regionale e che per la prima volta portò il Pci a sostenere la maggioranza di centrosinistra. Il suo sogno si infranse quella mattina dell’Epifania del 1980, quando l’allievo di Aldo Moro fu colpito dai killer al volante della sua Fiat 132, davanti casa, nella centralissima via Libertà, mentre stava per andare a Messa. Un anniversario in cui la famiglia, le istituzioni, i cittadini aspettano ancora la verità.
Il 6 gennaio Palermo ha ricordato il 40 anniversario dell'assassinio del presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, accogliendo con solennità il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Con una seduta straordinaria il Parlamento regionale, alla presenza del Presidente della Repubblica, ha voluto rendere omaggio all'esponente della Dc ucciso davanti casa. Presenti tra gli altri il presidente della Regione, Nello Musumeci, con l'intera giunta, il presidente dell'Ars, Gianfranco Micciché. Pochi momenti prima, il sindaco Leoluca Orlando, i familiari di Mattarella, i figli Bernardo e Maria, l'arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, hanno scoperto la targa di intitolazione del parco centrale della città, il Giardino inglese, alla memoria di Piersanti Mattarella.

L'occasione per guardare ai problemi di oggi della Sicilia e del Meridione, alla luce dell'esempio e delle azioni politiche messe in campo da un politico di razza, che Orlando definisce un "resistente della Costituzione". In rappresentanza del governo nazionale, il ministro per il Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano: "La mafia che ha voluto uccidere Piersanti Mattarella non ha vinto, eppure non ha nemmeno perso perché quella riforma profonda delle istituzioni che Mattarella voleva realizzare in Sicilia, e di cui c'è bisogno in tutto il Paese, è un lavoro che ancora deve essere portato a compimento: le ragioni per cui è stato ucciso sono ancora attuali. È stato un uomo che ha tenuto alta la dignità della politica e delle istituzioni. Lascia l'eredità di una politica concepita come uno sforzo altissimo di un impegno civile, lascia l'idea che fosse necessaria per lo sviluppo un'amministrazione efficiente ed efficace".
 
 
I funerali di Piersanti Mattarella a Palermo. In prima fila, Sandro Pertini - Archivio Avvenire
 
L’ordine di uccidere Mattarella arrivò dalla cupola mafiosa, con boss di primo piano come Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, ma l’ipotesi di un intreccio tra la pista “nera” e gli interessi di Cosa nostra è sempre rimasta in piedi, pur non riuscendo mai ad approdare a una verità giudiziaria. Coloro che in un primo tempo furono ritenuti gli esecutori, Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, esponenti dei Nuclei armati rivoluzionari, sono stati assolti anche in Cassazione. Le prove non hanno retto in dibattimento, neppure la descrizione fatta dalla moglie di Mattarella, Irma Chiazzese, che parlò di un ragazzo «con gli occhi di ghiaccio e l’andatura ballonzolante», neppure le testimonianze di collaboratori neofascisti.
Eppure la Procura di Palermo, coordinata da Francesco Lo Voi, due anni fa ha riaperto l’inchiesta, che sta facendo emergere nuove possibili connessioni.
Le nuove perizie hanno infatti stabilito che le armi che uccisero il politico siciliano e il giudice Mario Amato a Roma, sei mesi dopo, sono dello stesso tipo, Colt Cobra calibro 38 Special. Per l’omicidio Amato, proprio Cavallini dei Nar è stato condannato come killer. Torna quindi di attualità la pista di scambi tra mafia e destra eversiva, ma non ci sono elementi tecnici per dire che sia stata usata la stessa arma. Il pm Roberto Tartaglia, ex sostituto procuratore a Palermo ora consulente della commissione Antimafia nazionale, ha lanciato un appello al terrorista nero Giusva Fioravanti.
«Ha iniziato un percorso sociale importante e comunque non può più essere processato per quei fatti, essendo già stato assolto: perciò potrebbe contribuire al raggiungimento della verità. Potrebbe, ove lo ritenesse, aggiungere dei tasselli per ricostruire alcuni segmenti misteriosi che lo collegano alla Sicilia in quel periodo». E a prendere per primo in esame l’ipotesi di una pista “nera” fu proprio Giovanni Falcone, l’uomo di punta del pool antimafia degli anni Ottanta, ucciso poi nella strage di Capaci del 1992. Lo hanno confermato, nelle scorse settimane, i verbali dell’audizione integrale “desecretata” del giudice palermitano alla Commissione Antimafia, che all’epoca indagava sugli attentati politici commessi da Cosa nostra. Nel 1988, Giovanni Falcone definiva l’indagine «estremamente complessa», dal momento che si trattava di capire «se e in quale misura la pista nera» fosse «alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa.
Il che potrebbe significare altre saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani». Falcone ancora aveva ammonito, trattandosi di una «materia incandescente», sulla necessità di non «gestire burocraticamente questo processo». Di più: aveva evidenziato l’esistenza di «collegamenti e coincidenze» tra le indagini sull’omicidio Mattarella e quelle riguardanti la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e «certi passaggi del golpe Borghese, in cui sicuramente era coinvolta la mafia siciliana».
 
Alessandra Turrisi
(Fonte: Avvenire.it 6 gennaio 2020)
 

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